La logica della vita

“C’è una logica nella formazione della vita, c’è un legislatore che ha stabilito delle regole, per questo noi abbiamo uno scopo. Se tutto nascesse dal caso, la nostra vita non avrebbe un fine.”

Assunta non ne era mica sicura.

Innanzitutto, se si voleva prendere in considerazione il fatto che la vita fosse ordine, bisognava fare i conti con la fisica: Assunta non ne era una gran sostenitrice, ma non poteva certo ignorare che principio sempre dimostrato e finora mai smentito, era che l’universo andava verso il caos e qualsiasi tentativo di mantenere qualcosa di ordinato andava contro questo principio, perché era un tentativo di muovere al contrario il flusso di energia unidirezionale che muoveva l’universo.

Perciò se c’era un creatore che aveva creato la vita per andare contro il caos e dare un senso a tutto, ci doveva essere stato prima di lui una sorta di creatore “superiore” che aveva creato l’universo per farlo avanzare inesorabilmente verso il caos. O perlomeno ci sarebbero state almeno due forze assolute in contrasto tra loro, il che poteva anche essere una spiegazione plausibile alla formazione dell’universo e della vita, ma poneva seri problemi all’idea monoteista cattolica per cui esisteva un unico dio e quindi un’unica entità che aveva creato tutto secondo una logica.

Ma a parte la fisica e a parte questo discorso dai risvolti infiniti che rischiava di diventare altamente ingarbugliato e non si poteva certo risolvere così su due piedi, c’era un’altra questione che non si poteva ignorare.

Chi aveva detto che la vita era ordine?

L’intera storia della vita dimostrava che questa era un continuo caos.

Stando alle teorie scientifiche, le prime forme di vita dovevano essere semplici e bastavano a sé stesse. Potevano vivere in acqua o sulla terra, avevano ciò che bisognava loro per trasformare le sostanze che trovavano in altre che gli servivano per sopravvivere e riprodursi. Invece la vita era andata oltre, aveva assunto forme sempre più diverse e complesse, senza però definire un percorso lineare e gerarchico, ma facendo a volte quello che secondo una visione evoluzionistica si potrebbe definire “qualche passo in avanti”, a volte ritornando sui suoi passi. Ovvero, l’“evoluzione” non partiva da esseri semplici e piccoli per arrivare ad esseri più grandi e complessi. Né tanto meno esseri nuovi che si creavano erano migliori di quelli precedenti. Tutte le forme di vita erano semplicemente molto diverse fra loro. Alcune erano in grado di respirare sott’acqua, altre di correre sulla terra e altre addirittura di volare. Alcune erano minuscole, altre enormi. C’erano persino quelle che nelle profondità del mare potevano vivere senza ossigeno e senza luce. La vita si poteva formare anche all’interno di altra vita. Tutto questo non poteva avere una logica, pensava Assunta. Non c’era un disegno stabilito. Anche volendo pensare che esistesse effettivamente un creatore, sembrava piuttosto che si trattasse di qualcuno che si divertiva a “giocare” con ciò che aveva a disposizione, aria, acqua, sole, terra per creare migliaia di forme, colori, strutture diverse. Come un pianista che con pochi tasti e sette note crei una gran varietà di combinazioni musicali, o un pittore che con i tre colori fondamentali crei tutte le sfumature possibili e immaginabili.

Una logica nella vita si poteva trovare “dopo” che le forme di vita si erano “create” e che avevano stabilito dei rapporti tra di loro. Ma questi rapporti non erano destinati a durare per sempre e di conseguenza le stesse singole forme di vita si modificavano, perciò bastava un niente nella storia della vita e tutto cambiava, si creavano nuovi esseri e nuovi rapporti tra questi.

Tra le miriadi di esseri strani comparsi sulla terra c’era l’essere umano. Quello che da un punto di vista prettamente scientifico, era uno dei tentativi più azzardati della vita, un insieme di strutture estremamente complesse che per funzionare richiedeva un quantitativo enorme di energia. Al di là del punto di vista scientifico, era innegabile che l’essere umano fosse diverso dalle altre forme di vita e che, se anche fosse sparito, avrebbe lasciato un segno del suo passaggio su quella terra (nel bene e nel male). Ma al di là di ciò non si poteva pensare, come avrebbero voluto i cristiani, che fosse l’essere destinato a controllare e avere in mano l’intero “creato”. E questo per due ragioni: l’essere umano non era né l’ultimo essere apparso sulla terra, né quello superiore.

Poteva certo costruire mezzi per respirare sott’acqua, ma se si tuffava affidandosi soltanto al naso e alla bocca, poteva resistere trattenendo il respiro soltanto pochi minuti; aveva costruito degli strumenti per volare, ma se si librava in aria con la sola forza delle sue gambe poteva rimanervi per pochi istanti e issarsi per pochi centimetri, stando poi bene attento a posizionare i piedi una volta ricaduto al suolo per evitare di sfracellarsi. Che non fosse l’ultimo essere vivente apparso sulla terra, lo dimostrava il fatto che anche distruggendo intere foreste di alberi secolari, il suo territorio era perennemente invaso da piante di vario tipo che potevano crescere sull’asfalto, sulla pietra e sul cemento; o il fatto che con l’ausilio di armi da fuoco poteva fare strage di interi branchi di animali feroci e anche più grossi di lui, ma bastava una forma di vita minuscola che si inserisse in qualche sua parte vitale a provocare centinaia (o anche migliaia) di morti nelle comunità umane.

C’era poi un’altra questione: tutto ciò che era considerato “non vita”. Certo, la vita e la “non vita” erano distinguibili per il fatto che la vita fosse costituita (sempre da un punto di vista scientifico) da materia organica che era in grado per qualche motivo di rispondere agli stimoli esterni. Inoltre, la vita era anche in grado di creare stimoli. La “non vita” era materia inorganica che non aveva la stessa capacità di reazione agli stimoli esterni. E tuttavia la vita e la non vita non erano separabili. La vita si formava da ciò che non aveva vita, le sostanze base che la componevano erano le stesse che formavano anche i sassi e le rocce (anche se le strutture formate erano diverse). Tutto ciò che poteva essere considerato secondo un certo punto di vista “inanimato”, anche se soggetto a (e frutto di) continui cambiamenti che avvenivano nel corso di tempi lunghissimi ed estranei a quelli della vita, era necessario perché un insieme di energia e materia potesse staccarsi da questo mondo “inanimato” e creare delle entità autosufficienti.

Insomma, la vita non poteva essere frutto di un creatore. Quale fosse la causa, di certo Assunta non lo sapeva, ma la conclusione a cui era arrivata era che la vita fosse qualcosa che formandosi da ciò che era “inanimato”, ed essendo essa stessa materia ed energia insieme, trovava in sé stessa la forza e il modo di esistere. Non una divinità o un’entità eterna. Ma “qualcosa” che per qualche strano motivo era diventato in grado di avere dei bisogni e soddisfarli, di rispondere agli stimoli e crearli.
Certo, Assunta doveva considerare che si trovava pur sempre a parlare con un poliziotto. E per un uomo che sta al servizio della legge, l’universo intero non avrebbe avuto senso se qualcuno non avesse dettato delle regole. Chissà poi perché di punto in bianco, dal nulla, aveva tirato fuori quel discorso.

Voleva forse metterla in guardia da qualcosa con le sue affermazioni? O semplicemente richiamarla “all’ordine”? O metterle paura? E comunque la questione non si poteva certo liquidare in poche righe che lasciavano la questione aperta ad una serie di possibili critiche e riflessioni ulteriori.

In ogni caso Assunta non avrebbe certo aspettato le risposte di quell’ex poliziotto, ora portiere di palazzi. Forse si sarebbe confrontata con lui. Forse. Perché non si fidava di uno che un minuto prima le diceva che poteva darle le risposte che andava cercando e quello dopo affermava che secondo lui era importante confrontarsi con gli altri, perché dagli altri c’era sempre da imparare.

Inoltre, il primo “confronto”, che Assunta aveva cercato di ridurre al minimo indispensabile (in realtà aveva solo ascoltato, dando risposte evasive alle sue domande), rischiava già di prendere la piega di un dibattito “scienza- religione”. E Assunta, per quanto sicuramente propendesse più per la prima che per la seconda, non aveva nessuna intenzione di difendere la scienza a tutti i costi e di affermare la verità scientifica come assoluta. Per lei la questione era più complessa, anzi la sua idea era proprio quella che alla verità assoluta non si poteva arrivare. Perciò tacque, non disse più nulla e salutato l’uomo, uscì dal palazzo. Ma più tardi, decise che quell’uomo meritava comunque una risposta da parte sua. Riordinò i pensieri nella sua testa per quanto possibile e si mise a scrivere.

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