Davvero abbiamo bisogno del Green Pass?

https://www.open.online/temi/green-pass/

Il 6 agosto 2021 il governo e lo Stato italiano fanno un ulteriore passo verso la negazione della libertà di coscienza e verso l’esclusione di parte dei cittadini dalla vita pubblica, nonché dai diritti fondamentali di opinione e autodeterminazione della propria (e altrui) salute e dei propri (e altrui) corpi.

Con l’introduzione del così detto Green Pass, ovvero il certificato che permette di accedere a cinema, teatri, bar, ristoranti, ma anche congressi, convegni e centri culturali dove occorra sedersi al chiuso, soltanto alle persone che abbiano ricevuto almeno un dose di vaccino contro il Covid-19. Oppure che siano guarite dal Covid-19 stesso, o ancora che abbiano effettuato un tampone risultato negativo nelle 48 ore precedenti.

Ci siamo chiesti, da Anarchici, se potevamo accettare questa situazione e la risposta è stata unanime, no che non possiamo. Ma cerchiamo di analizzare per quanto possibile la situazione dall’inizio e partendo dal passato.

1. Il potere dei numeri

Tra il 2009 e il 2010 c’è stata un’epidemia di un virus influenzale chiamato H1N1, ci furono diverse migliaia di morti e si approntò persino un vaccino tentando di obbligare la popolazione a vaccinarsi con la stessa strategia del terrore messa in atto adesso. Poi per circostanze misteriose il vaccino sparì, così anche la malattia e i morti svanirono nel nulla e a distanza di più di dieci anni quando si fa riferimento al virus H1N1, se ne parla come un banale virus influenzale. Eppure i morti ci sono stati.

Naturalmente il calcolo di questi morti si basa su una stima perché allora non c’era ancora l’idea del tampone e il conteggio è stato fatto in modo radicalmente diverso da ora, perciò un confronto tra i numeri dei morti risultanti non è assolutamente fattibile. Ma il punto è:

Se di una cosa non se ne parla abbastanza, essa diventa insignificante?

Ogni giorno nel mondo accadono cose atroci. Eppure ci passano sotto gli occhi come “semplici notizie”. Poi accade un fatto sul quale l’opinione pubblica per qualche motivo pone l’attenzione. E di colpo scopriamo che migliaia di persone muoiono in mare per cercare una vita migliore, che altrettante ne muoiono sotto le bombe, che centinaia di migliaia di persone ogni giorno lottano contro le discriminazioni e la fame, e che milioni di persone muoiono per malattie. Morivano anche prima ma la sensazione è che noi l’abbiamo scoperto soltanto in quel momento.

E forse il motivo per cui ci siamo di colpo accorti delle migliaia di vittime di Covid è che ce le siamo trovate in casa nostra prima che nelle case altrui. Prima siamo stati bombardati giorno e notte dai mass media con la notizia di un nuovo pericolosissimo virus cinese, poi abbiamo avuto notizia dei primi morti in patria nostra e in seguito abbiamo iniziato a tentennare tra l’incertezza e l’incredulità fino al giorno in cui l’allora presidente del Consiglio disse:

«È pericoloso, chiudiamo tutto».

È curioso il fenomeno per cui da quello stesso giorno anche le persone che fino al giorno prima erano addirittura scettiche sull’esistenza del virus si siano improvvisamente rintanate in casa in preda al terrore convinte di essere in serio pericolo di vita solo perché l’aveva detto il presidente del consiglio, quando ancora fino ad allora la vita di molte di loro non era ancora cambiata di una virgola.

https://www.aerzteblatt.de/nachrichten/113600/Studien-Lockdown-hat-viele-Millionen-Menschenleben-gerettet

Abbiamo cominciato a vedere morire gente vicino a noi, persino qualcuno (pochi fortunatamente) che non aveva altri problemi di salute, poi abbiamo visto le insostenibili situazioni degli ospedali, in seguito uno ad uno gli altri paesi sulla scia dell’Italia si sono chiusi dentro i loro confini e le persone si sono confinate in casa, e ci siamo sentiti indifesi e deboli di fronte a un esserino così piccolo, fino ad arrivare a credere che sette miliardi di persone nel mondo fossero attanagliate dal nostro stesso terrore. La verità è che almeno nella prima fase anche nella stessa Italia la malattia non si è diffusa uniformemente dappertutto, ma ha fatto maggiori danni al Nord, mentre il Sud per diverso tempo è stato zona franca salvo dei focolai di Covid all’interno di case di riposo o ospedali, luoghi di per sé in condizioni sanitarie pessime. Il modo in cui il virus è arrivato in questi luoghi non è sempre stato chiaro e i racconti che ne sono stati fatti assumono i contorni del mito. Comunque le misure sono state adottate nello stesso modo in tutta Italia e subito dopo negli altri paesi europei, anche se non tutti sono stati così severi da impedire qualsiasi spostamento fuori di casa e pian piano nel resto del mondo.

Ma quanti sono centinaia di migliaia di morti nel mondo? E perché ci siamo concentrati così tanto su questo numero e non su quello dei guariti o su quello di quelli che non si sono mai ammalati?

Gran parte della ricerca, della prevenzione e del contrasto al virus, si sono infatti incentrati – soprattutto per la difesa delle persone più fragili e anziane – su riconoscimento e cura dei sintomi, dispositivi di protezione individuale, distanziamento sociale e campagna di vaccinazione, ma ancora pochissima attenzione e priorità sono state poste nel mettere in luce le ragioni che fanno di questo virus – fortunatamente e nella grande maggiorana dei casi – qualcosa privo di sintomi, con sintomi lievi o comunque curabili senza particolari danni per l’organismo.

Forse perché la risposta sarebbe qualcosa di particolarmente scomodo per quelle strutture sociali che rendono possibili gli stessi discorsi di potere medico sulla realtà. Ad essere particolarmente dannoso e mortifero non è tanto il Covid-19 in sé (pur serio e da contrastare, con i mezzi adeguati e necessari). Bensì appunto quelle condizioni sociali, economiche, ecologiche, culturali, che quotidianamente a livello globale costringono gli esseri umani a stili di vita nefasti. Col conseguente proliferare di questo ed altri (presenti e futuri?) virus e l’abbassamento di difese e capacità immunitarie.

Quella risposta che probabilmente non consentirebbe mai a nessun vaccino di essere soluzione esaustiva o definitiva alla pandemia. Senza un profondo e radicale cambiamento in direzione di una società pienamente orizzontale, ecologica, solidale.

2. I negazionisti

Sono state dette tante cose su questo virus ed è stato difficile negli ultimi due anni distinguere il vero dal falso tra notizie ufficiali e altre meno, smentite, presunti studi di presunti esperti, tuttavia c’è stato un tentativo di zittire ogni voce fuori dal coro “ufficiale” etichettando la gente come “complottista” o peggio “negazionista”, pericolosissima definizione che in passato aveva ben altra definizione, solo perché si era sparsa la voce di un’improbabile gruppo di persone che negavano per l’appunto l’esistenza del virus e sostenevano che Trump avrebbe salvato il mondo dalla dittatura sanitaria: una storia che non si reggeva in piedi sostenuta da foto e post strampalati sui social, ma questo è bastato per relegare migliaia di persone con le loro ragioni, i loro pensieri, le loro testimonianze nell’angolo dei nemici della comunità e per far categorizzare come ciarlatani diversi medici, scienziati e infermieri non d’accordo con la versione ufficiale dei fatti. Ora, etichettare e bollare chi si oppone a una cosiddetta verità ufficiale e creare presunti gruppi di persone pericolose contrarie al sistema è stata da sempre una strategia del potere per mettere a tacere ogni tipo di opposizione al sistema e in Italia ha sempre funzionato benissimo. Un po’ come quando si accusano gli anarchici di essere bombaroli perché un gruppo non meglio identificato e probabilmente creato su misura e tirato fuori al bisogno si rivendica l’uso di una bomba.

3. La statistica

https://sites.google.com/a/marconirovereto.it/archeologia/home/i-metodi-matematico—statistici

Quando guardando il telegiornale apprendiamo che ogni giorno muoiono mille persone di Covid ci prende un infarto. Mille persone sono mille vite che potrebbero essere benissimo le nostre vite ed è normale che siamo tristi, spaventati, confusi, arrabbiati perché nel mondo ancora si muore di influenza. Ma facciamo l’errore di voler giustificare il nostro senso di umanità con la statistica. La statistica non è umana e perciò si deve purtroppo porre delle domande, e in definitiva i numeri li possiamo leggere in modi diversi a seconda delle risposte. Non esiste cosa più relativa della statistica, e i mille morti che oggi sono così importanti, domani potrebbero diventare insignificanti.

Mille morti in tutto il mondo o in un paese solo? In tutto il paese o in una singola città? E quanti abitanti fa il paese in questione? Sono morti in un giorno all’improvviso o era gente malata da diverso tempo e spacciata da un po’? Mille morti su quanti malati? E su questi malati, quanti altri sono guariti? Sono morti di virus o per effetti collaterali dovuti al virus? O erano semplicemente positivi per puro caso ma sono morti per altri motivi? Inoltre, quanti ne sono morti di più rispetto alle precedenti influenze?

A noi hanno detto soltanto che sono morte tante persone, soffermandosi sul numero di morti e riportando gli altri numeri soltanto per dovere di cronaca che appunto sono passati inosservati.

Certo, è vero che è stato osservato che la percentuale di gente che prende il Covid è più alta di quella che prende le altre influenze e di conseguenza la stessa percentuale dei morti su un numero maggiore di malati ha un significato molto diverso. Ma bisogna vedere anche come sono stati fatti i calcoli. Innanzitutto, come detto sopra, prima non si facevano i tamponi quindi era impossibile avere in tempo reale il numero di positivi o presunti tali. Inoltre cosa sarebbe successo se l’attenzione si fosse spostata sui guariti? O su quelli che non si sono mai ammalati? Se avessero posto l’attenzione un po’ di più che i positivi al Covid non sono necessariamente morti di Covid perché nel conteggio hanno messo insieme un po’ tutti. Chi si è soffermato infatti su un certo discorso della protezione civile in diretta sulla Rai, durante la lettura del bollettino serale che sembrava un bollettino di guerra, avrà sicuramente sentito chiaramente la frase:

«Ricordiamo che non è stata fatta una differenza tra il numero dei positivi al coronavirus e il numero di morti per coronavirus».

Cioè uno potrebbe essere stato positivo al Covid ed essere morto di infarto indipendentemente dal virus, o al limite il virus ha infierito in un problema preesistente ma non è stata la causa principale.

Oltre al significato dei numeri ci si potrebbe anche interrogare se sia stata davvero tutta colpa del Covid.

Cosa sarebbe successo se invece di andare in ospedale i pazienti fossero stati visitati dai medici e cosa è successo effettivamente ai pazienti curati dai medici che non hanno seguito l’ordine di non visitare nessuno per non venire contagiati? Cosa sarebbe successo se gli ospedali non avessero usato una strategia che si è rivelata sbagliata fin dal principio? Cosa sarebbe successo se si fosse puntato di più a curare i pazienti con cure che sono state tentate e hanno avuto anche successo invece di bollare queste cure come inadeguate o inefficaci? E se in Italia negli ultimi anni si fosse investito di più nella sanità pubblica invece di consegnarla in mano ai privati? Potremmo porci ancora altre mille domande, ma dato che non si vive di sé non sapremo mai cosa sarebbe potuto accadere.

Ci sono però testimonianze di medici che sostengono di aver curato i propri pazienti ignorando le disposizioni del ministero e che questi ultimi non sono andati nemmeno in ospedale e anche se sono state salvate tante vite con le suddette cure. E sembra ci siano prove che il piano pandemico italiano non era aggiornato e l’Italia, a differenza di ciò che ha sempre sostenuto il governo, non era affatto pronta ad affrontare l’emergenza come avrebbe dovuto.

4. Salute collettiva

Comunque è andata com’è andata e di colpo la questione salute è diventata una questione collettiva. Si sono ignorati completemente tutti gli interrogativi sopra riportati e la responsabilità è ricaduta su tutti noi. Si è abusato della parola “egoismo” al punto che qualsiasi altro problema di salute è stato messo in secondo piano rispetto al coronavirus e così ciò che per molte persone è salutare e necessario per la sopravvivenza è stato sacrificato con la pretesa di salvare il mondo dall’influenza. E alla fine di restrizione in restrizione, di divieto in divieto e di obbligo in obbligo siamo arrivati al vaccino.

5. Sanità pubblica

https://www.infermiereonline.org/2020/03/19/angeli-eroi-semplicemente-infermieri/

Gli infermieri che sono stati fatti santi ed eroi lavoravano e lavorano in condizioni precarie, fanno turni lunghissimi e sono pagati male. Nemmeno un anno dopo questi “eroi nazionali” dopo aver rischiato la vita nelle corsie d’ospedale sono stati ricattati dallo stesso stato che li ha divinizzati: se non si vaccinano possono andarsene a casa. E chi si è rifiutato è stato messo alla berlina da quello stesso popolo che li ha acclamati sul balcone fino a pochi mesi prima. Tanto non è stato mica quel popolo nella corsia d’ospedale e molti di quelli che hanno così tanta paura di essere infettati dagli infermieri che li dovrebbero curare non hanno avuto nemmeno un sintomo di febbre. Non solo. Quelli che dovrebbero essere esperti in materia di medicina e che hanno quindi parecchie basi scientifiche per sostenere la loro contrarietà all’obbligo vaccinale, o quantomeno di dubitare, vengono additati di ignoranza dai loro colleghi che hanno avuto la laurea dalle stesse istituzioni, o peggio dal popolo che non mastica un’acca di scienza ma si fida di quello che passano le fonti ufficiali. Forse perché la gente ha bisogno di qualcosa in cui credere e in un momento di crisi della religione ripone le sue speranze nella scienza. Confondendo la scienza con la fede. Viene fatta quindi una suddivisione tra gli stessi medici e scienziati, come se la verità della scienza sia una sola e ci sia poi della scienza di serie B che non vale la pena nemmeno di considerare.

6. La scuola

https://www.orizzontescuola.it/banchi-a-rotelle-il-50-non-e-stato-mai-utilizzato-dalle-scuole/

Tra i settori più colpiti dalla pandemia c’è sicuramente la scuola che è stata chiusa per quasi un anno e in certe circostanze anche di più. Bambini di sei anni alle prime armi e adolescenti sono stati costretti a far lezione da casa davanti allo schermo di un computer. Persone di una fascia di età che non si riesce a tenere nemmeno sui banchi di scuola con un’insegnante in carne ed ossa e con facce amiche intorno si sono dovute adeguare a restare cinque, sei ore davanti a un computer, in barba a tutti i discorsi infiniti (spesso esageratamente antitecnologici) degli anni precedenti su quanto questa pratica sia dannosa e diseducativa a quell’età. Naturalmente è un sistema che non ha mai funzionato, se non in rari casi di insegnanti sensibili che hanno capito che non era possibile fare lezione come in classe e che bisognava approfittare di quei momenti per stabilire un contatto quanto più umano possibile con i propri studenti, ragazzini che si sono ritrovati senza preavviso imprigionati tra le mura di casa. Per molti insegnanti invece è stato un grosso trauma dover affrontare tutti i problemi tecnici legati alla tecnologia e alla mancanza di voglia di fare lezione dei propri studenti che trovavano ogni pretesto per distrarsi o per disconnettersi.

Il microfono non si sente”, “La telecamera non funziona”, “C’è un rumore di sottofondo”, sono soltanto alcuni dei problemi che hanno dovuto affrontare insegnanti poco avvezzi alla tecnologia e studenti un po’ inesperti, un po’ svogliati, un po’ indisposti ad accettare la nuova situazione.

La verità è che anche la scuola è stata colpita da anni di malagestione, da scarsi investimenti o investimenti fatti male e il risultato di tutto questo è che quando hanno cercato di far tornare tutti in classe l’unica soluzione trovata è stata quella di far indossare a tutti la mascherina e lasciare le finestre aperte in pieno inverno. Si è vociferato che per mantenere la distanza tra gli alunni le scuole abbiano investito in certi banchi singoli e a rotelle, banchi che le scuole non hanno mai visto o hanno visto e hanno dovuto per motivi non chiari dismettere subito. Anche qui, tante notizie e poca chiarezza.

Bambini si sono ritrovati nel panico ogni volta che si scopriva qualcuno tra loro con sintomi di raffreddore o febbre e allora tutta la classe doveva rimanere a casa in attesa di sapere l’esito del test, salvo poi rientrare tutti per cessato allarme. Liceali si sono ritrovati a fare le scuole tecniche da casa col risultato che non hanno imparato nulla e hanno buttato via un intero anno scolastico. Alla fine hanno cercato di convincere anche gli adolescenti e i bambini a vaccinarsi, allettandoli con la promessa di potersi finalmente fare la vacanza saltata a causa del virus e offrendo loro persino dei soldi a questo scopo (parliamo di uno stato che non ha mai investito una lira per il futuro dei giovani). Gli insegnanti sono stati praticamente costretti a vaccinarsi.

Ora, la domanda sorge spontanea: a quindici anni, ma anche a sei, se non si sviluppano gli anticorpi, quando dovrebbero svilupparsi? Quanto ha influito il coronavirus tra bambini e adolescenti? Quasi per nulla a dire il vero. Inoltre: perché si fa il vaccino? Se si facesse fare a tutti i vaccinati un tema vecchio stile dal titolo “Mi vaccino perché…” cosa verrebbe fuori?

Ma lasciamo per un attimo questi interrogativi in sospeso, ci ritorneremo più avanti.

7. Vita quotidiana

https://global.techradar.com/it-it/news/smart-working-cose-come-funziona-a-cosa-serve

https://www.dexionitalia.it/soluzioni/magazzini-automatici-alimentari/

Con la scusa di arginare i contagi la nostra vita quotidiana è cambiata radicalmente. Molte persone hanno iniziato a lavorare da casa e si è cominciato a parlare di “smart working”. Chi poteva certo, perché molti invece sono dovuti andare a lavorare lo stesso a loro rischio e pericolo: di questi ultimi lavoratori nessuno si è mai occupato seriamente, parliamo ad esempio dei lavoratori del supermercato o di quelli dei magazzini alimentari, i braccianti agricoli, gli autisti degli autobus, tutti quelli che lavorano nel campo delle consegne a domicilio, gli impiegati delle poste, gente che deve continuare a fare la sua parte perché il mondo non si fermi e il paese non muoia di fame. Molte attività commerciali, invece, così come tutti i luoghi di cultura hanno dovuto chiudere i battenti, perché ritenuti “non necessari” e così c’è chi non ha avuto nemmeno la possibilità dello smart working e ha rischiato di morire di fame aspettando ipotetici sussidi dello stato.

Ora, al di là dell’eterno interrogativo di cui l’umanità non potrà mai fare a meno, ma al quale non troverà forse mai una risposta, ovvero cosa è utile e cosa no e cosa significa utilità, questo è stato un grave danno per la cultura e l’economia.

Della cultura ha decretato la definitiva morte, soprattutto se parliamo dell’Italia, un paese che si vanta di essere patria di poeti e artisti ma nel quale la cultura ha sempre occupato l’ultimo gradino nella scala dei settori su cui investire, alla pari del futuro dei giovani a dire il vero e dello sport.

Soltanto una cosa ha ricevuto di colpo fondi da tutte le parti, la ricerca scientifica. Ma quale ricerca? Non quella libera e indipendente che sognavano gli studenti dell’Onda e prima di loro altre generazioni di studenti, ma la ricerca in determinati ambiti per degli scopi specifici e sostenuta non dalla pubblica istituzione ma dalle case farmaceutiche e da diverse multinazionali che per qualche motivo si sono interessate di colpo a tale campo. Amazon per esempio ha speso milioni nella sanità per far diventare la sanità qualcosa di controllabile e monitorabile “da casa” magari attraverso il semplice uso di un’app. Lo scopo? Abbattere i costi della sanità riducendo le visite da un medico in carne ed ossa solo quando strettamente necessarie e avere un maggiore controllo sulle persone, probabilmente a scopi principalmente economici.

Non è esatto dire che l’economia si sia fermata. Sono state fatte piuttosto delle scelte economiche precise, si è deciso di investire in alcuni settori a scapito di altri. Il settore dei generi alimentari più o meno di base, delle consegne a domicilio (sempre Amazon ha fatturato miliardi di dollari solo nel 2020), delle televisioni a pagamento oltre che della telefonia e di internet, ma soprattutto del settore sanitario. Se da un lato infatti i bicchieri usa e getta di plastica sono stati sostituiti da quelli di carta e sono state eliminate le cannucce nell’ottica di un mondo plastic free, dall’altro a dispetto del buco dell’ozono è stata prodotta una quantità incredibile di mascherine monouso, tamponi usa e getta, guanti in lattice, disinfettanti e fazzoletti umidi oltre naturalmente al vaccino. Si potrebbe anche accennare che sempre in barba alle tonnellate di CO2 che rilasciamo nell’atmosfera, in tanti per non prendere i mezzi pubblici hanno ripiegato su mezzi privati, e chi non ha usufruito del bonus bicicletta è

da https://www.natracare.com/blog/plastic-free-homesteading-tips-for-going-plastic-free-at-home/

tornato alla cara, vecchia automobile, facendo tornare in auge un’economia che doveva essere superata, quella del petrolio.

I settori che si potrebbero riassumere nelle parole svago-turismo invece, che rientrano nelle cose da fare “fuori di casa” e che non sono lavoro o spesa, sono stati completamente fatti fuori. Per quasi due anni si è tacciato di egoismo chi voleva farsi l’aperitivo al bar o pensava alle vacanze “in un momento simile”, come se non ci fosse consentito distrarci nemmeno per un attimo dalle morti e dalla malattia e fossimo condannati a soffrire. A parte l’assurdità di questo pensiero, avremmo dovuto smettere di vivere da tempo infatti considerando tutto quello che accade nel mondo, la verità è che centinaia e centinaia di persone hanno dovuto chiudere bottega e sono rimaste senza lavoro. La stessa fine è toccata ai luoghi sportivi, palestre, piscine, e persino chi andava a correre da solo per strada veniva ritenuto un pericolo per gli altri, senza capire che lo stare chiusi in casa, senza prendere aria, muoversi, almeno sfogare lo stress può essere ancora più pericoloso per la salute. Nemmeno i bambini sono stati risparmiati, gli esseri umani che più hanno bisogno di spazi aperti e di movimento, come se fosse scontato chiudere un bambino tra quattro mura.

Naturalmente tutto questo ha avuto le sue contraddizioni. Si poteva andare al supermercato affollatissimo ma non in qualsiasi negozio di vestiti o oggetti. Si poteva prendere qualcosa al bar (in quei pochi bar rimasti aperti che sono riusciti a sopravvivere con il take away) e andare via subito ma guai a sedersi al tavolino. Si poteva salire sulla metro ma se ti sedevi al cinema a debita distanza dagli altri il virus era in agguato dietro lo schermo. E così via.

Se parliamo dei gestori di locali e ristoranti è indubbio che molti di loro siano sfruttatori che guardano soltanto ai propri interessi: è di quest’estate la notizia che non si trova più gente disposta a farsi sfruttare in una cucina per due lire dal momento in cui può starsene a casa e percepire il reddito di cittadinanza. Malgrado il reddito di cittadinanza non sia la soluzione ai problemi economici degli Italiani, è pur vero che ha salvato diverse persone dallo sfruttamento e dalla miseria anche se temporaneamente. Va considerato  che in mezzo a tutti questi sfruttatori ce ne sono tanti altri che hanno dato l’anima per aprire un’attività, che si sono dovuti adeguare per anni a norme sempre più severe riguardo la posizione dei tavoli sul marciapiedi, gli orari di silenzio la notte, la sicurezza del locale, le norme igieniche, hanno pagato tasse e affitti altissimi, si sono ammazzati loro stessi di lavoro e di debiti proprio per evitare di far ricadere le loro scelte su altri, e cos’hanno avuto in cambio? La verità è che da anni si tende a colpire i locali, e più in generale la vita sociale, che ovviamente per fortuna non si riduce al semplice uscire per consumare, ma nella quale i locali fanno comunque la loro parte. Si è posto un orario limite per la chiusura alle 2 di notte, si è vietato l’uso di alcool dopo un certo orario per strada, come se ciò non ti vietasse di riempirti casa di alcool comprato al supermercato e bere da solo e disperato. Strade e piazze un tempo frequentate di notte sono diventate un deserto alla faccia della tanto decantata sicurezza. E ora finalmente con il Covid si è trovata una ragione per imporre il coprifuoco, perché per qualche strana ragione il virus colpisce più di sera quando comunque la frequenza di gente in giro è più bassa rispetto al giorno. La cosa più inquietante è che il coprifuoco ha rappresentato quasi un sollievo per chi non gradiva il casino sotto casa di sabato sera e chi asserisce che finalmente in questo paese si potrà cenare presto, come se una volta che ti chiudi dentro casa qualcuno di impedisca di cenare o dormire all’orario che vuoi tu. Molta gente ha accettato questa situazione perché ha rinunciato già da tempo alla vita sociale presa dal proprio ritmo di vita sempre più stressante, dal lavoro massacrante, dalle frustrazioni della vita e va a finire che se non è necessario non esce più nemmeno di giorno per paura che incontrando gli amici si possa infettare, come se in ufficio, al supermercato o sulla metro ciò non potesse accadere.

Ora finalmente per avere accesso a tutti questi posti che ci sono stati preclusi per un bel po’ di tempo serve il vaccino. O almeno un test negativo. E allora ecco di nuovo che si pone l’interrogativo di prima: perché ci vacciniamo?

Lasciamolo in sospeso ancora una volta.

8. Il vaccino

A pochi mesi dal primo lockdown già si vocifera che arriverà un vaccino a salvarci tutti dall’epidemia e poco meno di un anno fioccano vaccini da tutte le parti. Ce ne sono almeno cinque e questo già dovrebbe far pensare. Della salute collettiva che sembra un argomento così importante non si occupano gli stati, il pubblico non ci mette una lira, non c’è un minimo di cooperazione internazionale, ma sono le case farmaceutiche a fare la corsa al vaccino impegnata ognuna a fare il suo nel modo migliore, come se si trattasse di tirare fuori un nuovo modello di automobile. Naturalmente parte la guerra tra di loro. Di uno di questi vengono comprate migliaia di dosi e spesi soldi e queste dosi non arrivano. Nel frattempo se ne mette in circolazione un altro ma quest’ultimo viene sospeso perché si riscontrano un po’ in tutta Europa problemi di trombosi, poi viene rimesso in circolazione. In questo momento di incertezza, in cui i media ne approfittano per gettare la gente di nuovo nel dubbio e nel panico, molto silenziosamente è stato dato il via libera ad altri due. Intanto succede che nei paesi arabi viene utilizzato un vaccino non approvato in Europa, il vaccino cinese, di conseguenza quei pochi che hanno la possibilità di viaggiare dai paesi africani in Europa con regolare permesso e sono vaccinati non possono farlo devono iniettarsi uno dei vaccini “Europei”. Cosa che naturalmente contribuisce ulteriormente a favorire l’immigrazione clandestina (il mare infatti continua a non controllarlo nessuno e la gente vi continua a tentare la sorte e morire) e a creare una linea di divisione sempre più marcata tra l’Europa e il resto del mondo, soprattutto il mondo arabo.

Alcuni di questi vaccini sono vaccini classici, seppur approvati in tempi assolutamente ristretti, due sono vaccini a mRNA, il Moderna e il Pfizer. Significa, naturalmente esemplificando molto, che interferiscono con il meccanismo di traduzione delle cellule, cioè la parte finale del processo che porta il DNA a produrre le proteine. In pratica il nostro corpo viene indotto a produrre la molecola antigenica che porterà il nostro sistema immunitario a reagire. Detto così sembra una figata. Qualcosa che potrebbe rivoluzionare il mondo della medicina e potrebbe salvare vite da malattie ben più gravi. È però una novità assoluta, un esperimento, considerato il pochissimo tempo in cui è stato approvato e che una cosa del genere non è stata mai provata a livello di massa. E il fatto che questa vaccinazione di massa sia ancora una fase sperimentale non è una cosa che ci tengono tanto nascosta. La sappiamo e in qualche modo l’abbiamo persino accettata. Ma gli esperimenti vanno controllati o per lo meno monitorati. Ci si ferma se avviene un incidente cercando di capire perché esso è avvenuto e se davvero è un incidente casuale o se c’è un motivo. Si valutano gli effetti a lungo termine. Si informa. Invece si è quasi passati ad una fase di esperimento obbligatorio e molti sono consapevoli di essere cavie da laboratorio, come se fossimo tutti in una strada senza uscita sospesi tra la vita e la morte e l’unico modo per salvarci è il vaccino. E questo non vale solo per i vaccini a mRNA, anche gli altri hanno avuto troppa fretta davvero di metterli sul mercato per non perdere la concorrenza. Certo, si dirà qui che i media si sono accaniti ora sugli effetti di un vaccino ora su quelli di un altro spinti dalle stesse case farmaceutiche interessate a mettere in cattiva luce la concorrenza. Il problema è che ci sono state davvero persone che hanno avuto effetti collaterali in tutto il mondo e con diversi vaccini e al di là del bombardamento mediatico è fondamentale capire cosa succede e dove intervenire.

Ora possiamo finalmente riprendere in considerazione l’interrogativo di prima. Perché ci vacciniamo? Per la salute collettiva, dice qualcuno, per tornare alla vita di prima, dice qualcun altro.

La sensazione è che abbiamo tutti accettato la nuova situazione e che ci siamo convinti che ci sia un legame tra la vita di prima e la salute. In pratica se non si debella il virus sarà giusto chiuderci di nuovo in casa come se non avessimo alternative. E se arriva un virus nuovo più potente e più contagioso di questo con il quale abbiamo quasi imparato a convivere? Dobbiamo chiuderci in casa finché non avremo un nuovo vaccino? Abbiamo davvero accettato di vivere così? E davvero stiamo morendo tutti? Davvero siamo tutti in pericolo? Davvero non ci sono alternative? O centinaia di migliaia di morti pur essendo una cifra spaventosa sono tutto sommato non abbastanza per costringere tutti gli altri sette miliardi di sani a vaccinarsi?

Inoltre, il vaccino serve davvero a estinguere il virus? I virus ci sono da sempre e sempre ci saranno e mutano continuamente e velocemente, con o senza vaccino, è una legge universale che vale per tutti gli esseri viventi, è la base dell’adattamento, e per i virus questo vale ancora di più, perciò è impensabile che non moriremo più di influenza. Tanto che è stato detto che vaccinare in tempo di pandemia aiuta soltanto a diffondere le varianti e la vaccinazione va fatta nei periodi in cui il virus è dormiente.

A differenza di altre malattie che non tornano più dopo che le hai avute, l’influenza può tornare e i vaccini pare che abbiano anticorpi a tempo indeterminato. Ora, se è vero che gli anticorpi vanno “rinnovati” allora il vaccino è inutile. Se gli anticorpi invece persistono allora perché vaccinarsi più volte, e perché chi risulta averli ma non si è ammalato da molto tempo è considerato a rischio lo stesso? Inoltre è stato provato che anche chi è vaccinato può prendere il virus e lo può trasmettere. Certo, la probabilità che uno si ammali in forma grave è bassa ma è successo ed è successo anche che qualcuno è morto lo stesso di Covid dopo essersi somministrato il vaccino.

È stato detto che i vaccini stanno già dando i loro benefici. In realtà è stato anche osservato che questo calo dei morti e dei contagi è probabilmente da associarsi alla stagione calda in cui il virus subisce un calo di contagiosità, tanto che i dati non differiscono di molto da quelli dell’estate scorsa, anzi pare addirittura che l’anno scorso la situazione fosse un tantino migliore (sempre se consideriamo i famosi numeri). Ci vuole ancora tempo perché si capisca effettivamente se il vaccino ha fatto la differenza. E ci vuole tempo per capire se non provocherà effetti collaterali a lungo termine nelle persone che attualmente si sentono intoccabili perché vaccinate.

È innegabile comunque un fatto: in questi mesi è morta della gente dopo essersi fatta somministrare il vaccino, o perché ha preso lo stesso il virus in forma grave o perché ha avuto effetti collaterali come episodi di trombosi. Molti inoltre hanno avuto comunque problemi anche se non sono morti, e in tanti hanno sostenuto che soprattutto alla seconda dose di vaccino la reazione del corpo è stata pesantissima.

Ora, questo non è un dato scientifico, perché i casi di morte sono ancora relativamente pochi per farne una statistica (è quello che si diceva più su, la statistica non è umana, i numeri non significano niente se non sono letti) ma è un dato per quanto piccolo o insignificante che sia ed è una realtà. La cosa peggiore è che nessuno sa perché succede e tutto è dato per scontato. È un po’ come dire che siccome succede in pochi casi, tanto vale tentare la sorte.

Tutti i farmaci hanno le loro controindicazioni e ognuno di noi sa che in determinate condizioni non vanno presi. Il rischio? Esiste, nessuno lo nega, ma sai di esporti a un rischio e decidi di conseguenza. Soprattutto nessuno ti obbliga e ci mancherebbe altro perché anche tutti gli altri farmaci sono pur sempre frutto del lavoro delle stesse case farmaceutiche che hanno prodotto il vaccino. Del vaccino firmi solo una liberatoria nella quale dichiari che fai tutto sotto tua totale responsabilità, anche quando sei stato soggetto a pressioni per vaccinarti e non è stata una scelta completamente tua, e se muori pazienza. Il fatto che in molti non si preoccupino di questi “incidenti di percorso” si spiega col fatto che qualche morto di trombosi non vale centinaia di migliaia di morti di Covid. E uno potrebbe anche essere d’accordo se non fosse che il vaccino si fa proprio per prevenire la malattia e invece gente perfettamente sana dopo due anni di pandemia che non aveva altra ragione di ammalarsi ci ha rimesso la vita per proteggersi da qualcosa da cui non era realmente minacciata. E non saprà mai perché questo è capitato a lui o lei e non a qualcun altro.

Non è che non siano state utilizzate delle cure per il Covid 19. C’è stato ad esempio un medico, Giuseppe de Donno, che ha usato la cura del plasma per i pazienti di Covid, che sembra anche aver funzionato bene. Ovvero ha iniettato negli affetti da Covid sangue di pazienti guariti. Questo metodo ha salvato parecchie vite, ma non si sa bene per quale motivo è stato dichiarato inefficace e il medico che l’ha utilizzato, primario di pneumologia all’università di Mantova, cioè mica l’ultimo degli scemi, dopo un po’ di tempo si è dimesso per diventare medico di base in circostanze non chiare e in seguito è notizia di pochi giorni fa che si è suicidato. I dubbi rimangono su quanto accaduto, ma quello che ci preme dire è che non è stato né il primo né l’ultimo scienziato ad essere additato di ciarlataneria e soprattutto le voci fuori dal coro non ci sono soltanto in Italia come siamo portati a pensare.

Sembra che ci sia una tendenza a far andare la scienza verso una sola direzione, a divulgare un’unica verità scientifica, ignorando la natura indipendente e libera del metodo scientifico che si differenzia per questo dalla religione, e ad ignorare chi fa tipi di ricerche diverse da quelle “ufficiali”. O forse sarebbe meglio dire in direzioni diverse da quelle verso cui si muovono i soldi. Dire infatti che la ricerca scientifica è libera come dovrebbe essere è assurdo in un periodo in cui pochi privati nel mondo danno i soldi alla ricerca e il pubblico non se ne occupa quasi o lo fa sempre di meno. Se ne parlava già nel 2008 dell’argomento, almeno in Italia, (e sicuramente anche prima e da altre parti) quando con la riforma Gelmini l’università pubblica è stata data definitivamente in pasto ai privati.

Manifestazione Milano 30 ottobre 2008 (da https://it.wikipedia.org/wiki/Onda_(movimento_studentesco)

E sono infatti le multinazionali del farmaco e non solo interessate all’argomento sanità che decidono la direzione che la sanità deve prendere. E così non stupisce che il patrimonio pubblico venga dato in pasto ai privati.

Ancora Amazon ha fatto parlare di sé pochi giorni fa acquisendo per mochi milioni una delle rimesse dell’Atac a Roma. Amazon è lo stesso che ha investito milioni nella sanità come si diceva più su che potrebbe creare un nuovo modello di sanità e sollevare lo stato dall’obbligo di curare i suoi cittadini. Magari le due cose non sono collegate e noi siamo un gruppo di malpensanti, ma a questo punto sembra purtroppo perfettamente normale che a multinazionali come questa si svenda il patrimonio pubblico.

9. Libertà e collettività

Se davvero fossimo interessati alla salute collettiva sono tante le cose a cui dovremmo rinunciare, dalle automobili alle fabbriche, dai prodotti chimici usati in agricoltura alle migliaia di cosmetici che usiamo quotidianamente. Eppure nessuno sarebbe disposto a rinunciare alla macchina per non inquinare l’aria che respiriamo, e quando una fabbrica chiude il primo pensiero va agli operai che perdono il lavoro, il che è giustissimo per carità, ma nessuno non si accenna mai al fatto che per una comunità intera (compresi gli operai stessi) la chiusura di una fabbrica potrebbe essere un fatto positivo.

Se sei un ciclista incallito che predica l’abolizione dell’automobile sei un egoista che non capisce le esigenze della gente, ma è molto più semplice imporre agli altri di iniettarsi un farmaco nel proprio corpo nel nome della salute collettiva. Nemmeno il principio “sul mio corpo decido io” sembra significare più nulla in questo contesto.

E se da un lato la propaganda pro vaccino ha puntato proprio sulla promessa di tornare alla vita normale, dall’altro si punta il dito contro chi non si vuole vaccinare accusandolo di attaccare la salute collettiva nel nome della libertà di andare al ristorante. È vero che il concetto di libertà è stato traviato da una parte e dall’altra. Libertà non è consumare e troppo spesso ultimamente le parole libertà e liberismo si confondono. Ma è anche vero che la libertà deve essere intesa a 360 gradi e che anche uscire per andare dove si vuole è libertà. Inoltre non è affatto vero che la questione sia semplicemente andare al cinema: come nell’esempio che si faceva riguardo agli operai, anche adesso molta gente rischia davvero di perdere il lavoro, soprattutto il personale medico e sanitario e i dipendenti della scuola pubblica, mentre ragazzini rischiano di non andare più a scuola, e già si parla addirittura tra il serio e lo scherzo che chi non si vaccina non si merita nemmeno le cure mediche perché ha agito irresponsabilmente. E se invece vaccinandosi rischia la vita perché ha altri problemi che non gli permettono di fare il vaccino, non si merita lo stesso le cure mediche? Allora viene in mente che si siano trovate ulteriori scuse per dare un’ulteriore mazzata al sistema sanitario pubblico. Con l’ultimo governo di Berlusconi pensavamo che non ci poteva essere qualcosa di peggio che regalare la sanità e l’istruzione definitivamente al privato. Invece come sempre al peggio non c’è fine. Abbiamo trovato un capro espiatorio nei non vaccinati per giustificare gli eterni problemi del paese come d’altronde è sempre stato fatto nella storia e ora non solo regaliamo tutto ai privati ma smantelliamo quello che di pubblico era rimasto.

10. La dittatura

In una strategia di potere tipica delle democrazie rappresentative, senza che una determinata condizione giuridica venga formalmente resa obbligatoria per tutti, si creano di fatto le condizioni affinché quella condizione sia l’unica possibile per poter sopravvivere e non rimanere esclusi all’interno del sistema stesso.

Così, senza che il vaccino contro il Covid-19 venga formalmente reso obbligatorio, si creano le condizioni affinché diventi di fatto impossibile vivere all’interno dello Stato italiano qualora, per svariati motivi, ci si rifiuti o si preferisca non farlo. Dal momento in cui è ragionevolmente improbabile poter accedere normalmente a tutti i luoghi ed i sevizi per i quali è prevista l’obbligatorietà del certificato verde, pensando di farsi ogni volta un tampone entro le 48 ore precedenti. Né tanto meno contrarre il Covid-19 per poter poi dimostrare di esserne guariti è condizione auspicabile per nessuno.

Attraverso questi provvedimenti, si limita di fatto la possibilità di accesso ad ampi settori della vita pubblica, non solo e non tanto ai “negazionisti” della pandemia (fin dall’inizio funzionali solo a rafforzare la linea ufficiale nella gestione dell’emergenza pandemica), ma anche a tutti quei soggetti che – pur riconoscendo lo stato di emergenza sanitaria globale in cui da quasi un anno e mezzo ci troviamo – non considerano la campagna vaccinale come la sola o come la principale via d’uscita dall’emergenza. Oppure che non considerano i vaccini attualmente in uso in Italia e nell’Occidente, come pienamente sicuri per la salute presente e futura, sia loro che delle nuove generazioni.

E si crea un precedente giuridico molto pericoloso. In base al quale lo Stato potrebbe decidere in futuro di escludere o limitare la possibilità di accesso a spazi e modalità della vita sociale, a soggetti considerati non attinenti a norme e dispositivi sanitari o di sicurezza.

Non c’è bisogno di scomodare i passaporti ariani del Terzo Reich o l’interdizione da negozi, uffici e spazi pubblici degli ebrei durante le leggi razziali nazifasciste (come fatto in modo idiota, propagandistico e strumentale persino da formazioni politiche di destra in questi giorni) per ricordare che quella dell’esclusione de facto dei soggetti e delle categorie sociali che non si adeguano alle loro condizioni o orientamenti dominanti, è una modalità da sempre ampiamente in uso da parte degli Stati e dei sistemi democratici, dei quali è condizione fondamentale di riproduzione e legittimazione.

Lo dimostra il respingimento, la reclusione e l’espulsione (quando non la tortura o l’affogamento) di persone che cercano di varcare i loro confini senza “regolare” permesso. Come la continua persecuzione di realtà che decidono di occupare ed autogestire case, spazi, comunità, invece di demandarne la gestione alle istituzioni. Lo dimostra la discriminazione di popoli come i ROM, additati perché “non rispettano le nostre regole”. E la continua esclusione di donne e soggetti LGBT da spazi e posizioni di responsabilità all’interno della società.

Ma lo dimostra anche la progressiva quanto palesata marginalizzazione politica in Italia (e non solo) di chi negli anni ha contestato e contrastato realtà come la NATO, il G8, l’Euro.

Tutte le dittature sono nate nel momento in cui è stato imposto qualcosa alla popolazione che molti hanno accettato perché convinti di non essere lesi più di tanto e che la loro vita non sarebbe cambiata, mentre altri che non volevano gli fosse imposto nulla, hanno dovuto subire queste imposizioni perché la maggioranza voleva così. Forse anche durante il fascismo in molti si siano chiesti cosa avessero da urlare gli oppositori al regime che venivano costretti a bere l’olio di ricino, visto che erano restii ad accettare il nuovo regime era giusto che soffrissero. Non siamo ai livelli dell’olio di ricino, ma siamo sulla strada per arrivarci.

Si utilizzano i militari per le strade e nelle metro, per far rispettare l’ordine, il distanziamento, le mascherine. Con la scusa del terrorismo non ci siamo mai più tolti i militari dalla strada che si immischiano sempre più nella nostra vita civile.

Giriamo in mascherina, altra cosa di cui non è stata provata l’utilità, col viso coperto, controllati a vista e anche sul nostro telefono, costretti a stare distanti per paura di infettarci, costretti a tornare a casa presto e pronti a chiuderci in casa in caso di allarme. E qualcuno decide quel che è meglio per la nostra salute, non abbiamo nemmeno il diritto di ammalarci.

(https://www.tiare.bio/mascherina-viso-per-bambini-in-bamboo)

Si denigra, si etichetta, si semplifica, si chiamano egoisti quelli che rifiutano per varie ragioni di farsi il vaccino. Si fa riferimento ad improbabili fonti on line per mettere in cattiva luce gente che semplicemente manifesta per i propri diritti. La cosa più triste è che questo comportamento che prima era appannaggio della destra, adesso sembra appartenere sempre più a molti “compagni” che nel nome della scienza sono pronti a difendere persino gli interessi delle multinazionali contro le paure della gente. Il risultato? Che in piazza ci sono le destre, e che noi alla piazza ci abbiamo rinunciato accontentandoci di etichettare le migliaia di persone in piazza come un gruppo di negazionisti di destra. Si sono persi i contenuti, i ragionamenti, i discorsi.

Fra gli attuali critici del Green Pass non ci sono solo, e non tanto, i neofascisti di Casa Pound o i reazionari sovranisti e nazionalisti di Salvini e della Meloni (come sostiene quella sinistra giustizialista che in Italia con ogni probabilità chiamerebbe alla rivolta di piazza gridando allo scandalo costituzionale, se lo stesso provvedimento fosse stato adottato da un governo di destra o di centrodestra).

Ci sono le migliaia di persone esasperate da un anno e mezzo di gestione della crisi pandemica dove chi era più ricco è diventato per l’ennesima volta ancora più ricco. E chi era più povero è diventato per l’ennesima volta ancora più povero. Ci sono i lavoratori e le lavoratrici che da mesi sono in cassa integrazione, che sono stati costretti a chiudere le loro attività, o che hanno perso il lavoro prima o dopo lo sblocco dei licenziamenti.

Ci sono persone che hanno avuto seri effetti collaterali dopo la prima e la seconda dose di vaccino (con conseguenze di lungo periodo per la loro salute probabilmente imprevedibili). O che semplicemente preferiscono affidare alle proprie difese immunitarie, a un più corretto stile di vita, o ad altre forme di prevenzione, il contrasto alla diffusione ed alla pericolosità del virus.

Affermare che chi oggi critica o contesta il Green Pass sostiene la stessa linea di Salvini, della Meloni e di CasaPound è sintomo della profonda crisi, della mancanza di strumenti e capacità di analisi, in cui versano le sinistre da tempo. E di cui questa emergenza pandemica ha dato ulteriore dimostrazione.

Come se chi sostiene il Green Pass e l’obbligo vaccinale di fatto, non avesse in questo momento la stessa linea di un governo spudoratamente padronale come quello di Mario Draghi (ovvero proprio di ciò che è fra le cause principali dello sviluppo di forze politiche reazionarie, come le destre sociali e neofasciste).

Chi critica il Green Pass in un’ottica di contestazione delle istituzioni governative e disciplinari, lo fa con dei contenuti e in un orizzonte diametralmente opposti rispetto a quelli di un Salvini o di una Meloni. Là dove è ormai assodato da tempo che tanto il fascismo quanto le destre sociali nascono proprio al fine di incanalare verso la difesa e la salvaguardia di strutture di potere dominanti, tensioni che non possono essere ignorate, ma che rischierebbero di diventare tanto esplosive quanto pericolose, se cavalcate da forze di tipo rivoluzionario.

manifestazione contro il green pass (https://www.lastampa.it/cronaca/2021/07/23/news/domani-manifestazioni-anti-green-pass-in-tutta-italia-da-torino-a-palermo-1.40528578)

Sostenere che chi oggi critica o contesta il Green Pass sostiene la stessa linea di Salvini, della Meloni e di CasaPound – rispolverando vecchie tesi nefaste sui “deviazionisti di destra” all’interno delle forze antagoniste – significa esattamente non avere capito né cosa sia il fascismo né cosa siano le destre. Mentre è proprio fra chi oggi sostiene il Green Pass e l’obbligo vaccinale di fatto che non sembrano esserci posizioni sostanzialmente diverse e antagoniste sulla questione, rispetto alla linea sostenuta anche da governi liberisti e imperialisti, sia a livello europeo che internazionale.

Riteniamo che chi vuole vaccinarsi contro il Covid-19 – per la propria salute e per quella altrui – abbia diritto di farlo. Nella piena consapevolezza e responsabilità delle sue azioni. Ma riteniamo anche che chi non considera il vaccino come l’unica o la principale soluzione al problema della pandemia, non si fida dei vaccini attualmente in circolazione o semplicemente preferisce in coscienza non vaccinarsi, abbia altrettanto diritto di argomentare e far valere le proprie convinzioni, senza essere costretto ad agire contro la propria volontà, o senza essere considerato un untore responsabile di morti e ricoverati in terapia intensiva.

Non possiamo non tenere conto del fatto che questa pandemia abbia allontanato il nostro desiderio di poter conoscere chi ci circonda e inprigrito il nostro desiderio e arroccati siamo nelle mura di una claustrofobia imposta e organizzata a puntino da chi gode nel vederci lontani come torri di pietra in deserti di silenzio. Cosa possiamo fare? Addentrarci nella archevita, ossia non scordare e custodire tutto ciò che è legato alla socialità e al piacere dell’interazione.

https://www.tentazionedonna.it/la-socialita-e-una-questione-di-ormoni/

Link utili e fonti:

https://ilmanifesto.it/le-ricerche-sabotate-per-vendere-la-terza-dose/?fbclid=IwAR200L1tA__NcG6Ro3_NYMrKwS9sF0zFhdzWI6oLgdx0gbY8Fs85kpy1sJw

https://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/cronaca/2021/07/27/news/medicina-mantovana-in-lutto-de-donno-si-e-tolto-la-vita-1.40542044?ref=fbfma&fbclid=IwAR3g9jdFinHQn5tpemDEUA2TkA3cRqeUsd3J4r3nOQHu2WBG_M15OzujhS0

https://www.lastampa.it/esteri/2020/04/28/news/suicida-a-new-york-la-dottoressa-che-curava-i-malati-di-coronavirus-1.38771855

L’intervista ad Giorgio Agàmben realizzata da Andrea Pensotti e pubblicata in origine su “Organisms. Journal of Biological Sciences” (Sapienza Università di Roma).

https://www.ilsole24ore.com/art/le-possibili-mosse-amazon-conquistare-mondo-sanita-AEMPCatD?refresh_ce=1

https://www.italiaoggi.it/news/amazon-invade-anche-la-sanita-2425296

https://www.radioradicale.it/scheda/638134/vicenda-sarscov2-intervista-al-professor-pietro-luigi-garavelli?fbclid=IwAR2oIZ7xAtYD6zHSJEer0TK5DIFLP42WUsoKmP3csGh8ALlg5EtOQV8y00Y

https://www.facebook.com/scup.sportculturapopolare/

https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/21_luglio_31/roma-deposito-atac-piazza-ragusa-ad-amazon-ed-polemica-rabbia-residenti-f1e6f928-f21b-11eb-9a1b-3cb32826c186.shtml

https://www.youtube.com/watch?v=3kLZLTtMYTQ (inchiesta di Report 2 novembre 2020 sul piano antipandemia)

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Contro il Green Pass! Per la libertà di scelta. Per la libertà di cura e di prevenzione.

Oggi 6 agosto 2021 il governo e lo Stato italiano fanno un ulteriore passo verso la negazione della libertà di coscienza e verso l’esclusione di parte dei cittadini dalla vita pubblica. Nonché dal diritto fondamentale di autodeterminazione della propria (e altrui) salute e dei propri (e altrui) corpi.

Con l’introduzione del così detto Green Pass, ovvero il certificato che permette di accedere a cinema, teatri, bar e ristoranti al chiuso, ma anche congressi, concorsi pubblici, fiere e concerti, soltanto alle persone che abbiano ricevuto almeno un dose di vaccino contro il Covid-19. Oppure che siano guarite dal Covid-19 stesso, o ancora che abbiano effettuato un tampone risultato negativo nelle 48 ore precedenti.

In una strategia di potere tipica delle democrazie rappresentative, senza che una determinata condizione giuridica venga formalmente resa obbligatoria per tutti, si creano di fatto i presupposti affinché essa diventi l’unica possibile per non rimanere esclusi all’interno del sistema stesso.

Così, senza che il vaccino contro il Covid-19 venga formalmente reso obbligatorio, si creano le condizioni affinché diventi di fatto impossibile vivere all’interno dello Stato italiano qualora, per svariati motivi, ci si rifiuti o si preferisca non farlo. Dal momento in cui è ragionevolmente improbabile poter accedere normalmente a tutti i luoghi ed i sevizi per i quali è prevista l’obbligatorietà del certificato verde, pensando di farsi ogni volta un tampone entro le 48 ore precedenti. Né tanto meno contrarre il Covid-19 per poter poi dimostrare di esserne guariti è condizione auspicabile per nessuno.

Attraverso questi provvedimenti, si limita di fatto la possibilità di accesso ad ampi settori della vita pubblica, non solo e non tanto ai “negazionisti” della pandemia (fin dall’inizio funzionali solo a rafforzare la linea ufficiale nella gestione dell’emergenza pandemica). Ma anche a tutti quei soggetti che – pur riconoscendo lo stato di emergenza sanitaria globale in cui da quasi un anno e mezzo ci troviamo – non considerano la campagna vaccinale come la sola o la principale via d’uscita dall’emergenza. Oppure che non considerano i vaccini in uso in Italia e nell’Occidente come pienamente sicuri per la salute attuale e futura, sia loro che delle nuove generazioni.

E si crea un precedente giuridico molto pericoloso. In base al quale lo Stato potrebbe decidere in futuro di escludere o limitare la possibilità di accesso a spazi e modalità della vita sociale, a soggetti considerati non attinenti a norme e dispositivi sanitari o di sicurezza.

Non c’è bisogno di scomodare i passaporti ariani del Terzo Reich o l’interdizione da negozi, uffici e spazi pubblici degli ebrei durante le leggi razziali nazifasciste. Per ricordare che quella dell’esclusione de facto dei soggetti e delle categorie sociali che non si adeguano alle loro condizioni o orientamenti dominanti, è una modalità da sempre ampiamente utilizzata da parte degli Stati e dei sistemi democratici, dei quali è condizione fondamentale di riproduzione e legittimazione.

Lo dimostra il respingimento, la reclusione e l’espulsione (quando non la tortura o l’affogamento) di persone che cercano di varcare i loro confini senza “regolare” permesso. Come la continua persecuzione di realtà che decidono di occupare ed autogestire case, spazi, comunità, invece di demandarne la gestione alle istituzioni. Lo dimostra la discriminazione di popoli come i rom, additati perché “non rispettano le nostre regole”. E la continua esclusione di donne e soggetti LGBT da spazi e posizioni di responsabilità all’interno della società.

Ma lo dimostra anche la progressiva quanto palesata marginalizzazione politica in Italia (e non solo) di chi negli anni ha contestato e contrastato realtà come la NATO, il G8, l’Euro.

Perché fra gli attuali critici del Green Pass non ci sono solo, e non tanto, i neofascisti di CasaPound o i reazionari sovranisti e nazionalisti di Salvini e della Meloni (come sostiene quella sinistra giustizialista che in Italia con ogni probabilità chiamerebbe alla rivolta di piazza gridando allo scandalo costituzionale, se lo stesso provvedimento fosse stato preso da un ministro di destra o di centrodestra).

Ci sono migliaia di persone esasperate da un anno e mezzo di gestione della pandemia dove chi era più ricco è diventato per l’ennesima volta ancora più ricco. E chi era più povero è diventato per l’ennesima volta ancora più povero. Ci sono i lavoratori e le lavoratrici che da mesi sono in cassa integrazione, che sono stati costretti a chiudere le loro attività, o che hanno perso il lavoro prima o dopo lo sblocco dei licenziamenti.

Ci sono persone che hanno avuto seri effetti collaterali dopo la prima e la seconda dose di vaccino (con conseguenze di lungo periodo per la salute probabilmente imprevedibili). O che semplicemente preferiscono affidare alle proprie difese immunitarie, a un più corretto stile di vita, o ad altre forme di prevenzione, il contrasto alla diffusione ed alla pericolosità del virus.

Ci sono quei soggetti che da ben prima della pandemia le sinistre hanno perso la capacità di orientare verso un cambiamento radicale e rivoluzionario. Lasciando campo aperto all’azione e all’irruzione nelle piazze delle destre e delle formazioni neofasciste.

Affermare che chi oggi critica o contesta il Green Pass sostiene la stessa linea di Salvini, della Meloni e di CasaPound è sintomo della profonda crisi, della mancanza di strumenti e capacità di analisi, in cui versano le sinistre da tempo. E di cui questa emergenza pandemica ha dato ulteriore dimostrazione.

Come se chi sostiene il Green Pass e l’obbligo vaccinale di fatto, non avesse in questo momento la stessa linea di un governo spudoratamente padronale come quello di Mario Draghi (ovvero proprio di ciò che è fra le cause principali dello sviluppo di forze politiche reazionarie, come le destre sociali e neofasciste).

Chi critica il Green Pass in un’ottica di contestazione delle istituzioni governative e disciplinari, lo fa con dei contenuti e in un orizzonte diametralmente opposti rispetto a quelli di un Salvini o di una Meloni. Là dove è ormai assodato da tempo che tanto il fascismo quanto le destre sociali nascono proprio al fine di incanalare verso la difesa e la salvaguardia di strutture di potere dominanti, tensioni che non possono essere ignorate, ma che rischierebbero di diventare tanto esplosive quanto pericolose, se cavalcate da forze di tipo rivoluzionario.

Sostenere che chi oggi critica o contesta il Green Pass sostiene la stessa linea di Salvini, della Meloni e di CasaPound – rispolverando vecchie tesi nefaste sui “deviazionisti di destra” all’interno delle forze antagoniste – significa esattamente non avere capito né cosa sia il fascismo né cosa siano le destre. Mentre è proprio fra chi oggi sostiene il Green Pass e l’obbligo vaccinale di fatto che non sembrano esserci posizioni sostanzialmente diverse e antagoniste sulla questione, rispetto alla linea sostenuta anche da governi liberisti e imperialisti, sia a livello europeo che internazionale.

Riteniamo che chi vuole vaccinarsi contro il Covid-19 – per la propria salute e per quella altrui – abbia diritto di farlo. Nella piena consapevolezza e responsabilità delle sue azioni. Ma riteniamo anche che chi non considera il vaccino come l’unica o la principale soluzione al problema della pandemia, non si fida dei vaccini attualmente in circolazione o semplicemente preferisce in coscienza non vaccinarsi, abbia altrettanto diritto di argomentare e far valere le proprie convinzioni, senza essere costretto ad agire contro la propria volontà, o senza essere considerato un untore responsabile di morti e ricoverati in terapia intensiva.

Il Covid- 19, nelle sue forme più gravi, non è una brutta influenza e la pandemia che ha causato e sta causando nel mondo è qualcosa di molto grave, che richiede urgentemente una serie di risposte tanto a livello medico e virologico, quanto sociale, economico, ecologico, culturale.

Ma se gran parte della ricerca, della prevenzione e del contrasto al virus, si sono incentrati – soprattutto per la difesa delle persone più fragili e anziane – su riconoscimento e cura dei sintomi, dispositivi di protezione individuale, distanziamento sociale e campagna di vaccinazione, ancora pochissima attenzione e priorità sono state poste nel mettere in luce le ragioni che fanno di questo virus – fortunatamente e nella grande maggiorana dei casi – qualcosa privo di sintomi, con sintomi lievi o comunque curabili senza particolari danni per l’organismo.

Forse perché la risposta sarebbe qualcosa di particolarmente scomodo per quelle strutture sociali che rendono possibili gli stessi discorsi di potere medico sulla realtà. Ad essere particolarmente dannoso e mortifero non è tanto il Covid-19 in sé (pur serio e da contrastare, con i mezzi adeguati e necessari). Bensì appunto quelle condizioni sociali, economiche, ecologiche, culturali, che quotidianamente a livello globale costringono gli esseri umani a stili di vita nefasti. Col conseguente proliferare di questo ed altri (presenti e futuri?) virus e l’abbassamento di difese e capacità immunitarie.

Quella risposta che probabilmente non consentirebbe mai a nessun vaccino di essere soluzione esaustiva o definitiva alla pandemia. Senza un profondo e radicale cambiamento in direzione di una società pienamente orizzontale, ecologica, solidale.

Non possiamo non tenere conto del fatto che questa pandemia abbia allontanato il nostro desiderio di conoscere chi ci circonda. Mentre siamo arroccati nelle mura di una claustrofobia imposta e organizzata a puntino da chi gode nel vederci lontani come torri di pietra in deserti di silenzio. Cosa possiamo fare? Non scordare e custodire tutto ciò che è legato alla socialità e al piacere dell’interazione.

 

CUSA

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Emergenza, terrore, nuove abitudini..la speranza

Forse comincio pure io a diventare una di quei rompicoglioni che “si stava meglio ai tempi nostri”. Basta un virus a sconvolgere la nostra vita e già sembriamo catapultati avanti di un secolo e il 2019 è “un dolce ricordo di gioventù”. Eppure se lo raccontassi tra dieci anni potrei davvero dire “nel 2019 era diverso il rapporto con le malattie”: forse perché con l’età tendiamo a ricordarci delle cose passate e dimenticare quelle recenti, ed io mi dimenticherei che il 2020 è solo l’anno successivo al 2019 e fa ancora più che mai parte dei “miei tempi” e che il 2019 in realtà non è stato affatto un anno rose e fiori.

1. Terrore

Prima del 2020, la febbre rappresentava principalmente una seccatura per chi non poteva andare a lavoro, qualcosa di più per chi un’assenza dal posto di lavoro significava non avere entrate economiche fondamentali o peggio perdere il lavoro, e la felicità per un buon numero di studenti che potevano assentarsi da scuola.

Col Covid 19 la paura di ammalarsi si è trasformata in paura di non guarire più. Pur essendo una malattia che molti contraggono senza sintomi e guariscono da soli, a comandare è la paura dei numeri di malati in terapia intensiva e di morti che vengono elencati ogni sera in televisione, alla radio, su internet.

Col Covid 19, si è giustificati a restare a casa per evitare di ammalarsi, anzi, molte persone lavorano ormai in smart working. Naturalmente ci sono lavori che non si possono fare via internet, (tipo tagliare carote in un magazzino della verdura) perciò chi non può permetterselo, ha diritto a una cassa integrazione o a una disoccupazione (che non arriva mai) o è costretto a recarsi al lavoro con misure di sicurezza apparenti e datori di lavoro che con la scusa della crisi, giustificano tranquillamente lo sfruttamento a cui devono sottoporti per evitare il licenziamento.

Eppure molti non ci badano, perché avere ancora un lavoro è una fortuna e ciò che conta davvero è non ammalarsi .

https://coronavirusinfo.altervista.org/le-regole-della-corretta-igiene-respiratoria-per-prevenire-il-coronavirus/

Un colpo di tosse può significare dover fare un test, di conseguenza una quarantena per sé ed eventuali colleghi di lavoro o compagni di scuola (per i ragazzini che ogni giorno arrivano in classe terrorizzati da ciò che potrebbe succedere in una singola giornata), significa non poter vedere un medico finché le condizioni non richiedono l’ospedalizzazione, e quando finalmente si accorgono di te perché la tua condizione è peggiorata, finisci in un ospedale con il respiratore e devi sperare di sopravvivere.

Perciò è vietato starnutire, soffiarsi il naso continuamente, avere i brividi, cioè cose che succedevano tutti gli anni tra l’autunno e la primavera, quando scuole e uffici venivano decimati dall’assenza di massa di studenti e lavoratori e che ognuno curava con i propri rimedi più o meno casalinghi. È vietata la febbre che è la reazione naturale del corpo alla malattia e ti porta alla guarigione. E non è vietato solo per te. È vietato perché sono gli altri a rischiare. Se sei malato, non sei solo vulnerabile, sei colpevole di mettere a repentaglio la salute altrui, soprattutto di chi è più a rischio di te. Quindi naturalmente a parte il lavoro e poche cose “essenziali” non devi assolutamente uscire. E se non te ne importa niente ed esci lo stesso per bisogno o per volontà sei un criminale.

Perché quei numeri di positivi e di morti buttati lì senza basi né confronto alcuno, come se finora la gente non fosse mai morta prima, quell’improvvisa riscoperta del fatto che ci sono persone più deboli di altre che vanno senza dubbio protette dalle malattie di ogni genere, fanno di questa malattia una malattia totalmente diversa da tutte quelle che l’umanità ha affrontato finora, e di conseguenza chi è sano e vuole godersi la sua salute è un egoista e irresponsabile. Quei numeri hanno fatto tornare a galla falsi miti come quello dell’untore ai tempi della peste, quando davvero i morti non si contavano e tonnellate di corpi venivano gettati nelle fosse comuni senza degna sepoltura né funerali. In un tempo in cui la scienza fa da padrona e l’informazione è accessibile a tutt*, si è tornati a una mentalità da Medioevo. E la scienza ufficiale anziché rassicurare, con la propria incertezza continua a incutere terrore, si è fusa con questa mentalità ed è difficile capire ciò che è giusto, e quando si deve riflettere con la propria testa.

Ogni cosa detta dalla scienza è verità assoluta, ogni esperto va ascoltato, nessuno verifica di che tipo di esperto si tratti, quali dati abbia per le mani, di cosa si occupi, o quanto meno se la fonte dell’informazione ricevuta sia attendibile (va detto che molte affermazioni di scienziati sono falsate o riportate parzialmente). E i comportamenti derivati dall’accettazione di queste verità, molto spesso non comprese nemmeno fino in fondo, possono avere conseguenze terribili.

2. Malattia comune o diversa?

Ma cos’ha di diverso questa malattia rispetto ad altre? È molto contagiosa, d’accordo, è più pericolosa di una febbre, per lo meno chi la prende fa più fatica a uscirne, va bene. Ma è un virus. Della stessa identica famiglia dei virus dell’influenza. La corona non è altro che un involucro di proteine che avvolge l’RNA, rendendolo più resistente di altri tipi di virus. I sintomi sono abbastanza simili a quelli dell’influenza. È stato riconosciuto ufficialmente che ha un tasso di mortalità molto basso, però il problema che è contagioso. Quanto più contagioso di una qualsiasi influenza che ogni anno lascia a casa migliaia di persone? Quanto rispetto alla varicella, malattia per la quale un bambino veniva costretto in casa 15 giorni, ma non per questo anche i suoi compagni finivano in quarantena? Anzi, in passato, in Africa e nel Sud Italia, si usava portare i bambini nella casa di uno che aveva contratto la varicella e questo funzionava meglio del vaccino. Tutti i bambini la contraevano subito e ne erano protetti. E così anche chi aveva problemi alle difese immunitarie non correva il rischio di prenderla.

Per il Covid 19 non funziona nessuna teoria messa in atto finora per altri virus. Perché? Al momento si è sentito sul coronavirus tutto e il contrario di tutto, perché ogni suddetto esperto dice una cosa diversa: che ha lo stesso andamento del virus della spagnola, che da problemi al cuore, che è pericoloso per i polmoni (che poi dato che polmoni e cuore sono collegati in realtà potrebbe creare problemi a entrambi), che si è modificato più volte durante la pandemia, che è arrivato dai pipistrelli e dai serpenti che i cinesi hanno il vizio di mangiare, che sopravvive sulle superfici di metallo e di plastica e pare che addirittura si espanda tramite le correnti marine e aeree.

Prassonisi, Rodi, Agosto 2020, foto di Dafne Rossi

Avete notato che alcune verità assolute, sono sparite nel corso del tempo? Ora non prendiamo più in giro i Cinesi per la loro alimentazione, anche perché pare che il virus per loro non sia più un problema. Anzi a dire il vero per loro non lo è stato più dal momento in cui è diventato un problema europeo. (Il perché non mi interessa, non scrivo per raccontare quello che “non ci viene detto”, ma semplicemente per interrogarmi su quello che è di pubblico dominio e per qualche motivo viene sempre omesso.) Ora non abbiamo più il terrore di toccare qualsiasi superficie. Ammesso che sia vero che il virus sopravvive sulla plastica,  abbiamo capito che basta disinfettare le superfici dato che il motivo per cui sopravvive e` che ci puo` essere ad esempio qualche traccia di cibo con la nostra saliva sopra o una forchetta usata lasciata li` per errore. In quanto alle correnti, se il Covid sopravvivesse verrebbe a mancare la definizione base di virus. È un organismo al limite della vita, che ha bisogno di DNA e nello specifico DNA umano per riprodursi. Non è un batterio. Non vive nell’aria. Riguardo ai sintomi, qualsiasi febbre causa difficoltà respiratorie. Ed è normale che se uno ha già problemi in questo senso, il coronavirus non lo aiuta. Dai polmoni al cuore purtroppo è un attimo. Ora, tutte queste informazioni, vere o false che siano sono sicuramente frutto del fatto che il virus non si conosce ancora bene. Allora domanda: come si fa ad avere un vaccino per un virus che non si conosce ancora bene? Risposta, data dai più infervorati sostenitori dei vaccini: “Veramente il virus è già stato sequenziato a gennaio.” Altra domanda, allora sul virus si conosce più di quanto non si creda, dunque perché tenere la gente per mesi in stato di confusione e terrore?

Fra l’altro tra le varie cose che abbiamo sentito, ci sono anche medici che affermano non soltanto di aver visitato i propri pazienti di persona e soprattutto in tempo utile a evitare il peggio, nonostante il divieto del Ministero della Salute di fare una visita di presenza senza adeguate protezioni (protezioni che sono state disponibili solo dopo un mese dall’inizio della pandemia), ma di aver anche continuato a curare i propri pazienti come avevano sempre fatto, invece di lasciarli a casa ad aspettare le decisioni dell’Asl e i risultati dei tamponi. Tali medici sostengono che nessuno dei loro pazienti ha avuto complicazioni.

E noi che possiamo fare? Potremmo cercare di migliorare la qualità dell’aria che respiriamo. Stare più tempo all’aperto, e lontani dalle città. Evitare di rinchiuderci in casa e intossicarsi di sigarette o di andare al lavoro in macchina per non prendere gli autobus e infilarsi nel buco nero del traffico mattutino. Oppure potremmo decidere di cambiare alimentazione, anziché mangiare gli stessi maiali e gli stessi polli alimentati ad ormoni provenienti da chissà dove e che causano e hanno causato la modificazione e la diffusione di molti virus prima di questo. Debelleremmo automaticamente il virus? No, ma di solito la prima cosa da fare per sventare una minaccia che non si conosce, è analizzarne le cause.

E invece no. Imperterriti. Ascoltiamo solo il parere degli esperti (che poi sono gli esperti che ci consiglia la televisione) e aspettiamo con ansia il vaccino che ci salverà tutti.

Si dice anche che ora il virus si sia ulteriormente modificato e non sia più virulento come a febbraio. Se così è, allora potrebbe voler dire che stiamo raggiungendo la famosa “immunità di gregge”, altra parola dimenticata nel tempo. Allora forse, e risottolineo forse, il vaccino a questo punto non ci serve più?

3. Resto del mondo

Un’altra ragione per cui crediamo che questa situazione sia senza uscita è che dall’Italia guardiamo al resto del mondo e questo non sta sicuramente messo meglio. Vero. Ma bisogna dire che quando si vogliono avere informazioni sugli altri paesi è meglio fuggire i giornali italiani. Per esempio: abbiamo bersagliato la Germania perché avrebbe “falsato il numero dei morti” e perché il virus sarebbe arrivato proprio dalla Germania. Entrambe le notizie sono false. Il numero di positivi e di morti in Germania si basa sullo stesso principio che in Italia, dipende dai test che si fanno, test che sono affidabili entro una certa statistica, e il virus non è arrivato dalla Germania, ma dritto dritto dalla Cina.

Si dice anche che negli altri paesi europei la gente obbedisce alle misure di sicurezza, non discute gli ordini, etc… Non è vero. In Germania la gente esce e si incontra come può, mangia seduta alle panchine e mette la mascherina nei luoghi chiusi, mentre le usa per strada solo quando le strade sono particolarmente affollate. In Germania la gente protesta continuamente, tanto che nemmeno il primo lockdown sono riusciti a farlo totale, ed ancora ora la Merkel deve vincere le resistenze dei governi locali e della gente comune per inasprire le regole.

Berlino, ottobre 2020, foto di Dafne Rossi

Sarà che la Germania ha un migliore sistema sanitario, e che una volta che un cittadino ha l’assicurazione pagata dal datore di lavoro ha diritto a un’assistenza completa e totale, sarà che per i Tedeschi salute non significa soltanto prendere una pillola contro il mal di gola, ma anche aver cura del proprio corpo, fare sport, attività fisica e ricreativa, stare all’aria aperta, nei parchi, andare in bicicletta, mangiare vitamine e fare ricorso a tutti quei rimedi naturali che una volta, forse per povertà o perché ancora le pillole non erano state scoperte, utilizzavamo anche noi. Vuoi perché i Tedeschi sono abituati a stare forse un po’ meglio di noi dal punto di vista sociale e rischiare di perdere i loro diritti non gli sta bene. In Italia siamo già troppo rassegnati al fatto che le cose vadano male da una vita?

Ma voglio parlare anche di un altro paese che conosco bene, la Grecia. La Grecia ha seguito le misure di sicurezza dell’Italia, non appena è arrivato l’allarme. Essendo un paese con un sistema sanitario anche peggiore di quello italiano dal punto di vista dell’organizzazione, è corsa subito ai ripari. Ma con l’arrivo dell’estate non ha potuto fare a meno di accogliere migliaia di turisti. Diciamo che non c’era scelta: o il Covid o la morte economica. Alla fine ha optato per la prima soluzione e ha accolto entro i suoi confini tutti gli Italiani del Nord Italia che maggiormente hanno risentito della pandemia eppure hanno voluto lo stesso farsi le vacanze.

Sulle isole non è cambiato molto. Né prima, né durante, né dopo la quarantena e nemmeno dopo l’estate. Se poi si va nei paesini più remoti dove anche i turisti ancora non arrivano in massa, vi posso dire che la gente non si è nemmeno accorta che c’è stata una pandemia, se non fosse stato per le restrizioni che sono comunque state imposte a ristoranti e bar già di per vuoti. Perché va detto che le restrizioni messe in atto in estate consistevano nel chiudere i locali dopo la mezzanotte: a quell’ora infatti l’incanto finiva, Cenerentola ritornava vestita di stracci e il Coronavirus agiva indisturbato.

Apollakia, Rodos, agosto 2020 foto di Dafne Rossi

In compenso ci sono stati luoghi che non hanno subito le restrizioni perché considerati posti dove la gente “non va per divertirsi”. Come Symi, una minuscola isola del Dodecanneso agli estremi confini orientali dell’Egeo. Ora, quest’isola oltre al fascino delle sue spiagge, le sue casette colorate che si affacciano sul porto naturale, i suoi ristoranti caratteristici e i locali notturni, ha anche una particolarità: vi sorge una chiesa dedicata all’arcangelo Michele, meta ogni anno di turisti e dei Greci stessi disposti a fare file lunghissime per fare una preghiera e baciare la sacra icona. Tutto ciò per dire che come ogni anno, questa piccola isola non costretta a osservare particolari restrizioni, si è ritrovata invasa da folle oceaniche. Anche così non è cambiato molto.

La situazione è diversa ad Atene e nelle grandi città, mi direte voi. Certo, dove si affrontano ben altri problemi igienici e di salute.

4. Mascherina

Nel frattempo ci siamo ormai abituati a portare la mascherina ovunque. Anch’io. A volte dimentico che sono per strada (a Berlino è obbligatoria solo in alcune strade) e la posso togliere perché penso che dopo un po’ dovrò entrare da un’altra parte e rimetterla. Mi sembra persino strano guardare vecchi film dove ovviamente la gente esce e si assembra: ho sempre l’impressione che manchi un elemento. La mascherina, appunto.

Fino a febbraio del 2020, andare in giro con il volto coperto era vietato in Occidente (a meno che la temperatura non era di 1 grado e uscivi imbacuccato in un’enorme sciarpa di lana), perché chiunque doveva essere riconoscibile per strada, altrimenti avrebbe potuto rappresentare una delle seguenti categorie:

– bandito/rapinatore;

– black bloc/terrorista;

– donna islamica

In Francia era vietato ogni simbolo religioso nei luoghi pubblici e quindi anche il velo e il burqa e tanti americani ed europei dopo gli attacchi alle torri gemelle, erano terrorizzati all’idea che gli islamici (che nell’immaginario collettivo corrispondevano contemporaneamente a musulmani e terroristi) potessero colonizzare l’Occidente imponendo quello che rappresentava la sottomissione della donna all’uomo. Sarà stato per non essere sottoposte ai giudizi degli occidentali che molte donne musulmane in Africa e anche in occidente hanno smesso di portare il velo o per lo meno di coprirsi il volto?

Il motivo per cui ci si copriva il capo ai cortei era invece che non potevi sapere quando la polizia avrebbe attaccato. Non era solo perché avevi voglia di fare casino, ma per non farsi riprendere dalle telecamere, dalle macchine fotografiche, per non rischiare di essere riconosciuti e di essere presi alla prima azione di rappresaglia. La figura ufficiale del black bloc creata per far paura alla gente, che altri non è che un manifestante come gli altri (oppure serve a coprire infiltrati della polizia che si intrufolano ai cortei per creare scompiglio), è tornata alla ribalta negli ultimi anni per la pretesa di distinguere i manifestanti cosiddetti pacifici da quelli violenti. Infatti col tempo la gente ha smesso di coprirsi il volto, forse perché con l’avvento dei social la vita di tutti è su Facebook, e nessuno si crea più una falsa identità digitale, e l’esporsi in pubblico non fa più così paura o perché le azioni della polizia non vengono prese sul serio, o perché si pensa che quando si è pacifici non ci sia nulla da temere, e quindi è diventato ancora più chiaro che quelli che vanno in giro con il viso coperto sono “quelli pericolosi”.

Non parliamo poi dei banditi. Chi non ha mai tremato vedendo qualcuno entrare in banca con un bavaglio sulla bocca?

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Eppure nel 2020 se entri in un luogo pubblico senza la mascherina o con la mascherina abbassata, ecco che qualcuno ti fa notare che la devi portare all’altezza del naso. E rischi anche una multa. Più che se viaggi sull’autobus senza biglietto. Sei un criminale.

È forse una questione di integrazione? Per immedesimarci tutt* in quelli che una volta erano considerati “diversi” o “pericolosi”? Per sentirsi tutti uguali? Tutti banditi, donne islamiche o black bloc?

O per quell’illusione di poter scongiurare una malattia mettendo un sottile lembo di stoffa tra sé e gli altri, anche quando si sta pigiati uno contro l’altro in un autobus col finestrino chiuso o peggio col condizionatore acceso?

Fatto sta che sta diventando talmente normale girare con la mascherina, che in molti si sono già scordati il motivo per cui la mettono (nonché le regole di igiene che bisognerebbe seguire connesse all’uso della mascherina) e iniziano a porre l’attenzione su che tipo di mascherina mettere come se questa sia un accessorio, una cintura, una borsa, una sciarpa. Parlo anche di me. Ai primi tempi ne ho avuta qualcuna addirittura di carta totalmente artigianale, con due elastici colorati per tenerla attaccata alle orecchie e dei fiorellini a mo’ di decorazione (quando è iniziato il lockdown e le mascherine non si trovavano più in giro perché i più veloci avevano già fatto scorta di quelle disponibili). In seguito ne ho avuta qualcuna di stoffa cucita a mano. E come molti ho perfino immortalato il momento in cui ho indossato la prima mascherina, forse perché non credevo davvero che l’obbligo sarebbe durato così a lungo o forse per rendere meno drammatica la situazione. O forse perché mi sembrava un momento importante come il primo giorno di scuola, quando entri in classe con lo zainetto e il grembiulino blu.

La prima mascherina, Ispica marzo 2020 Foto di Dafne Rossi

Persino gli artigiani nell’estremo tentativo di salvarsi dall’irrimediabile crisi economica, hanno cominciato a produrre mascherine di stoffa (quindi lavabili e riutilizzabili) dando sfogo alla fantasia: ci sono mascherine colorate, coi gatti, i cani, i fiori, frasi a seconda dei gusti del cliente/consumatore.

Naturalmente più sono “ecologici” e colorati, più questi accessori costano un occhio. È anche vero che non necessariamente gli oggetti per uso sanitario debbano essere bianchi e tristi. Ma renderli più belli, li rende anche più amati (al di là se siano utili o meno)? Una volta si diceva che anche le sbarre d’oro sono sempre sbarre.

5. Vita online

Ma c’è un’altra abitudine che sta diventando sempre più inquietante. Il lavoro online, la scuola online e.. le riunioni, i seminari, gli incontri online. Non che sia tutto negativo. Può essere una soluzione temporanea per non rinunciare a tutto quello che facciamo normalmente o per chi per un qualsiasi motivo si trova lontano da un evento a cui vorrebbe partecipare. D’accordo. Ma l’emergenza si chiama così perché è qualcosa che non dura, una volta passata, se la situazione per cui l’emergenza si è messa in atto continua a peggiorare, bisogna organizzarsi. Per quanto tempo pensiamo che internet sarà l’unico modo di vedersi? È pensabile fare una scuola online esattamente come si fa dal vivo? Persone che sono abituate a condividere praticamente i tre quarti della loro vita, a vedersi, raccontarsi, abbracciarsi, dormire, mangiare e sedersi sui banchi, passeggiare per i corridoi tutti i giorni per quasi nove mesi l’anno, possono di colpo pensare di fare tutto questo da casa? Tralasciando un attimo la questione del se sia sano per un ragazzo o un bambino frequentare compagni e insegnanti attraverso uno schermo o l’andare a scuola dovendo seguire una serie di regole che sono totalmente in disaccordo con quello che è il modo di fare e di pensare di un bambino (argomento che richiederebbe un articolo a parte), di solito un cambiamento radicale e repentino è sempre un trauma per chiunque. Anche per gli insegnanti che non sono abituati a qualcosa del genere. Senza contare la difficoltà oggettiva di fare alcune materie solo online. È già complesso cercare di capire la matematica eseguendo un’operazione con un gessetto alla lavagna e andando passo passo fino alla soluzione finale. Cosa succede tramite un computer?

Inoltre, ammettiamolo, molti di noi hanno un cattivo rapporto con la tecnologia.

Sento continuamente gente della mia età, che nonostante abbia familiarità con i computer sin dai 6-7 anni, si sente ancora incapace di usarne uno. Gli adolescenti “di oggi” invece che lo sanno usare benissimo, trovano il modo di saltare le lezioni ricorrendo alla fantasia e a tanti trucchi che la tecnologia mette loro a disposizione. Non lo fanno solo per complicare la vita all’insegnante (anche se poi è quello che soffre di più per questi scherzi). Lo fanno perché sono i primi a odiare questo nuovo metodo di scuola. Vi sembra strano? Si, molti adolescenti che prima avrebbero fatto carte false per assentarsi da scuola, ora non vedono l’ora di tornarci.

Lo stesso vale per le riunioni. D’accordo che a volte si possa usare internet per decidere delle cose tecniche velocemente senza per forza scomodarsi dal divano o magari interrompere le proprie faccende. Si, ma poi c’è la necessità di parlarsi dal vivo, guardarsi in faccia, incazzarsi, piangere, chiarirsi, fare a botte, pensare alle frasi da scrivere, alle comunicazioni da fare, calendarizzare gli eventi, tenere i registri dei conti, parlare di cose private senza orecchie indiscrete, e non si può essere soggetti ai capricci di internet, dell’audio del computer e delle cuffie, della telecamera che non si vede bene, della luce che manca, dei messaggi che si sovrappongono, perché prima di iniziare ognuno deve risolvere una serie di problemi di collegamento (esempi: “non trovo la stanza”, “non riesco a collegarmi”, “non vi vedo”, e così via all’infinito).

6. Meglio oggi che domani

Un’altra cosa da capire è come una società che si è fondata per millenni sin dai tempi degli antichi Greci, sul principio “Meglio un uovo oggi che una gallina domani”, o “Non rimandare a domani quello che potresti fare oggi”, “che bisogna pensare alle persone amate finché sono in vita perché la morte è sempre dietro l’angolo e non sai quando arriva, che il nostro destino è imprevedibile, etc etc, ora ha invertito la rotta, e accetta un nuovo principio: “Stiamo lontani oggi per riabbracciarci più forte domani”. Qualcuno potrebbe dire che questo principio non è affatto in contrasto con il primo. Questo è vero se ci dimentichiamo per un attimo che la morte può arrivare in qualsiasi momento a portarci via in tanti modi e ipotizziamo che esista solo il coronavirus a minacciarci. Ma quando non posso abbracciare i miei familiari per un mese, per un anno, per un tempo che non non so quanto potrebbe durare, che non posso decidere io, non metto in conto che per non rischiare di ucciderli col coronavirus rischio di non vederli più, perché il tempo scorre e nessuno è immortale e anche il 2020 ha fatto le sue vittime, di persone anziane e giovani morte per una serie di motivi che vanno dall’infarto all’incidente d’auto e poco hanno a che vedere con il coronavirus.

Quando sentiamo i numeri di morti in televisione non facciamo quasi più distinzione su chi è morto di cosa e ci scordiamo che la gente muore anche per altre cause. Inoltre c’è anche da dire che non è stata mai fatta distinzione tra chi “aveva” il coronavirus e chi è morto “di” coronavirus e questo fa una bella differenza e che altre malattie ben più gravi sono state messe in secondo piano per far fronte all’”emergenza”.

Non parliamo poi dell’inaffidabilità dei test, degli ordini ricevuti dai medici e dei soldi che gli ospedali prendono dallo stato se… Infatti non ho alcuna intenzione di parlarne, queste informazioni sono di dominio pubblico e ve le andate a cercare da sol*.

7. La speranza

Quello che invece mi preme sottolineare è l’ennesimo cambiamento della gente, la rassegnazione delle persone, la perdita della speranza.

Ispica, ottobre 2019, foto di Dafne Rossi

Siamo una società troppo abituata a stare bene per abituarsi al male. Tanto da non essere più capaci di sorridere nel dolore.

Prima dei famosi “miei tempi”, se uno stava male, si cercava prima di tutto di farlo stare bene psicologicamente. Vi ricordate Patch Adams, il medico che curava i malati con il sorriso?

Ora invece sembra ci sia un accanimento nel far sparire tutto ciò che fa bene all’anima delle persone. Sono chiusi cinema, teatri e qualsiasi luogo di arte e spettacolo o dove la gente si incontra per divertimento, ma non le poste, i supermercati molte fabbriche, considerate chissà perché “servizi essenziali”, anche se producono oggetti ben lontani dai bisogni “essenziali” degli esseri umani, o altri luoghi considerati normalmente luoghi di stress, come se il problema sia appunto il dover rinunciare al piacere. Eppure anche la spesa si può avere a domicilio e molte operazioni bancarie o postali si possono benissimo fare online. Ma questa consapevolezza non fa diminuire le file alle poste.

Berlino, ottobre 2020 foto di Dafne Rossi

Inoltre, persino persone che fino ad ora non si sono mai curate dei problemi del mondo, ora se ne escono con frasi del tipo “In una situazione del genere, ti metti a cantare sul balcone?” Ora, io non dico che andrà tutto bene, né ho particolare simpatia per gli arcobaleni a dir la verità un po’ stereotipati dei bambini, ma preferisco chi cerca di farsi forza e andare avanti, chi cerca un sorriso, persino chi si illude, piuttosto che accettare di sprofondare in una tristezza senza fondo solo perché per la prima volta dopo tanto tempo, quelli ad essere stati colpiti da una disgrazia, siamo noi, gli Occidentali che stanno bene e non si curano se nel resto del mondo ogni giorno muoiono migliaia di persone sotto le bombe, e altrettante per malattie altrettanto contagiose e molto più letali. Ora che a soffrire siamo noi sembriamo non accettarlo se il terzo mondo non soffre con noi per lo stesso problema. Sembriamo aver dimenticato che il Brasile è un paese dove per fare le Olimpiadi si sparava ai bambini che vivevano per strada, che in Africa non è ancora stata debellata la malaria, e in India la gente muore ogni giorno di fame e si fa il bagno in uno dei fiumi più inquinati della terra. No, ora questi paesi soffrono esclusivamente per il coronavirus come noi.

Abbiamo dimenticato che tutte queste disgrazie avvengono in buona parte per colpa nostra, per gli errori fatti in passato e per quelli che continuiamo a commettere e che persino il corona virus è una conseguenza di questi errori, errori che non ci curiamo nemmeno di correggere.

Abbiamo dimenticato che i nostri nonni hanno vissuto due guerre di portata mondiale, che durante queste guerre qualsiasi scusa era buona per svagarsi, teatri e cinema non hanno mai chiuso, anzi erano sempre pieni e la gente se poteva festeggiava per dimenticare le bombe, la fame, il pensiero di non rivedere più i propri cari che erano al fronte.

Ispica, 25 aprile 2020, foto di Dafne Rossi

E ora noi, i figli del benessere, che abbiamo allungato la prospettiva di vita di ben oltre gli 80 anni, che abbiamo debellato molte malattie e arricchito la nostra alimentazione (nonostante la qualità scadente dei prodotti che mangiamo), abbiamo il coraggio di frignare come se il mondo fosse finito, di arrenderci, di fermare le nostre vite per qualcosa che si può ancora combattere, perché a differenza dei nostri nonni, abbiamo a disposizione sicuramente molti più strumenti e molte più conoscenze per farlo.

E invece, anziché cercare soluzioni per migliorare il nostro stile di vita ci barrichiamo dentro casa con una buona dose di alcool e droghe varie, pay TV, grandi quantità di antibiotici. Chi può ovviamente. Perché nella nostra idea che chi non si cura della salute altrui sia egoista, non ci curiamo del nostro di egoismo, non pensiamo a chi una casa non ce l’ha o a chi lo stare chiuso in casa porta ben altri problemi di salute fisica e mentale e a chi, come si diceva all’inizio non può affatto permettersi di restare barricato dentro casa. E non pensiamo che uno stress mentale non fa altro che renderci più deboli e più attaccabili da virus vari ed eventuali.

Allora dovremmo far finta di niente e continuare a vivere come se nulla fosse? Assolutamente no.

Evitiamo di accettare di essere sfruttati con la scusa che c’è crisi, ricordiamoci per un attimo che le battaglie contro lo sfruttamento sono state fatte da gente che era ancora più sotto ricatto e minacciata di noi. Cerchiamo di informarci, di verificare le nostre fonti di informazione, di non lasciarci prendere dal panico. Non rinunciamo alle nostre vite, ai nostri progetti, ai nostri sogni perché se non avessimo un motivo per vivere sarebbero vani anche gli sforzi di chi ogni giorno combatte in prima linea questa e altre malattie per difendersi e difendere noi tutti.

Stiamo vicini e aiutiamo chi sta davvero male e non può uscire suo malgrado, noi che ancora possiamo farlo, invece di sentirci colpevoli perché siamo in salute.

Riapriamole le nostre case, che poi le case chiuse in Italia sono anche proibite, chiediamo al vicino il motivo per cui esce di casa, invece di denunciarlo alla polizia, facciamolo un sorriso alle telecamere prima di spegnere la TV, chiudiamo un attimo Facebook, saliamo sulla bicicletta e andiamo al mare, in campagna, sul fiume, nei parchi, e facciamo un ber respiro. Profondo.

E forse alla fine qualcosa andrà bene.

Dafne Rossi

27.11.2020

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Coronavirus, stato di eccezione ed epidemie permanenti

Un virus che è stato chiamato COVID-19 ha causato quella che – secondo quanto sostenuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità – è una pandemia di livello globale.

Si tratta di un virus della famiglia Coronavirus, la stessa di raffreddori, bronchiti e polmoniti.

E’ dunque un ceppo di virus più che conosciuto. Ma per questo nuovo arrivo all’interno della famiglia virale, l’essere umano non aveva ancora né degli anticorpi, né un vaccino, né una cura che potesse garantire la guarigione.

Questo nuovo Coronavirus, almeno in una prima fase, ha dato prova di una maggiore velocità di diffusione, generando in media dai 2 ai 2,5 contagi in più per ogni singolo caso infetto rispetto a quelli influenzali. Ed ha provocato una percentuale più alta di forme severe. Causando ad oggi (1 giugno 2020) 33.475 vittime ufficiali dichiarate in Italia e 375.000 nel mondo.

Secondo i dati del Ministero della Salute del 14 marzo scorso – in piena fase epidemica – la percentuale di mortalità del COVID-19 in Italia era del 5,8%. Ma si trattava già allora di un dato con ogni probabilità al rialzo. Non essendo prima e non essendo tuttora mai stata mappata l’alta percentuale di casi asintomatici. Sia attuali che precedenti alla scoperta del virus ed alla dichiarazione dell’emergenza sanitaria.

Mortalità che ha colpito nella stragrande maggioranza dei casi, anziani con già una o più patologie croniche preesistenti (circa 3 in media). Ovvero quegli stessi soggetti che – nella dimenticanza pressoché totale dei discorsi di potere sul mondo sanitario – ogni anno muoiono in miglia solo in Italia per complicanze dovute ai picchi di influenza stagionale (fra i 4.000 e i 10.000 l’anno dal 2007 al 2017, secondo l’Istituto superiore di sanità. Nella gran parte dei casi per complicanze polmonari e cardiovascolari).

Inoltre questo nuovo Coronavirus ha lasciato e sta lasciando appunto una scia molto ampia di casi asintomatici (che non si capisce ancora bene se e in che misura siano contagiosi o meno). E di persone che guariscono, in buona parte senza bisogno di ricovero ospedaliero. Casi per i quali gli studi sembrano aver dimostrato che il sistema immunitario riesce, tendenzialmente, a produrre anticorpi di lungo periodo. I quali – se pure non garantiscono ancora una completa prevenzione da futuri contagi – dovrebbero garantire già un rischio minimo o ridotto circa la mortalità per chi li sviluppa (oltre a far ben sperare in termini di possibili cure o eventuali vaccini).

Non solo. Il COVID-19 ha dato per adesso percentuali di contagio e relativa mortalità piuttosto differenziate sia ad esempio fra diverse regioni italiane, che fra diversi paesi o aree del mondo (sebbene l’attendibilità e la metodologia di rilevamento di tali dati possano essere discutibili). E sembra per così dire “prediligere” aree più industrializzate, dove la massificazione sociale data dai sistemi di fabbrica diventa maggiormente uno stile di vita ed una condizione generalizzata.

A tutto questo si aggiunge il fatto che solo in Italia, con i 70 milioni di euro che quotidianamente lo Stato destina alle spese militari (2 miliardi al mese), si potrebbero costruire e attrezzare 6 nuovi ospedali o acquistare 25. 000 respiratori (immaginatevi cosa si potrebbe fare se, semplicemente, queste spese – come molte altre inutili – non esistessero).

In un paese che all’arrivo dell’emergenza COVID-19 aveva 231 fabbriche di armi comuni, e ben 334 aziende annoverate nel registro delle imprese a produzione militare. Ed una sola invece che produce quei respiratori polmonari risultati (a quanto pare) decisivi per dei reparti di terapia intensiva che hanno risentito fortemente dei tagli e delle privatizzazioni che hanno caratterizzato anche il sistema sanitario pubblico negli ultimi anni. Con tutto quello che ne è conseguito sia in termini di collasso degli ospedali che di mortalità sul lavoro per medici e infermieri che hanno dovuto affrontare l’emergenza.

In un corto circuito tipico della medicina occidentale (cioè di quell’approccio alla medicina che si è sviluppato in seno agli Stati occidentali nella modernità. E che ormai riguarda a livello istituzionale non solo l’Oriente e l’Occidente, ma praticamente tutto il globo terrestre) ci si è preoccupati ossessivamente di come curare o meglio dichiarare guerra ai sintomi. Senza preoccuparsi altrettanto di come individuare e risolvere le cause della pandemia. Praticamente tutti gli Stati del mondo, a partire dalla vicenda cinese e dalle richieste dell’OMS, si sono adoperati per imporre misure di prevenzione che in alcuni casi hanno ridotto interi popoli (caso senza precedenti nella Storia) ad uno status giuridico di fatto non dissimile da quello degli arresti domiciliari.

In alcuni casi, come quello italiano, la pressoché totale impreparazione ed incapacità nel gestire la situazione di emergenza, si è tradotta anche in una pressoché totale incapacità politica di adattare il protocollo medico dell’OMS allo specifico contesto sociale, culturale ed economico. Invece di valorizzare – ad esempio – l’attività fisica, l’alimentazione e gli stili di vita sani, l’aria pulita e gli spazi aperti come condizioni a partire dalle quali i virus non si diffondono, o non diventano patologicamente pericolosi, ci si è prodigati per mesi – con tanto di droni e posti di blocco ovunque – nel costringere la gente a non uscire, a non spostarsi e a non allontanarsi oltre i 200 metri da casa. Criminalizzando o additando come untori e principali responsabili dell’aumento dei contagi chi andava troppo spesso al supermercato, portava troppe volte fuori il cane, faceva giocare i bambini ogni tanto in un giardino, un parco o una piazza. Talvolta recapitando a casa e rendendo obbligatorie persino per passeggiare, mascherine chirurgiche che hanno con i virus l’effetto di un’inferriata con i moscerini (e che anche l’OMS in generale considera sensate solo in spazi chiusi, o in caso di vicinanza con persone contagiate).

Invece di domandarsi se all’ampia percentuale di asintomatici o persone con sintomi lievi corrispondesse uno stile di vita più sano e/o una maggior capacità di sviluppo di difese immunitarie, ci si è scervellati per decretare se questi soggetti fossero contagiosi e per moralizzare i giovani che volevano andare a trovare partner e fidanzati anche a 10 minuti di distanza da casa.

Allo stesso modo, invece di puntare su una riconversione del lavoro che facesse fronte all’emergenza e andasse verso sistemi economici sani, orizzontali ed ecologici, si è lasciato a deprimersi fra le mura domestiche anche soggetti che avrebbero potuto gestire attività lavorative solidali in condizioni di sicurezza sanitaria, senza rischi di un contagio pericoloso. Invece di puntare organicamente su esperienze come quelle dei gruppi di acquisto solidali, delle comunità contadine e di alcuni spazi sociali – che hanno attivato sportelli solidali e servizi di sostegno alimentare, con consegna di spesa a domicilio per soggetti seriamente e rischio – ci si è affrettati a riaprire il prima possibile le fabbriche che producono F35. E a lasciare in attività, con turni e condizioni ancora più insalubri, rider, lavoratori dei supermercati, dei call center, ecc. Dove guarda caso si sono verificati i casi principali di decessi anche fra persone in piena età lavorativa. Invece di elaborare programmi di prevenzione rigorosa per anziani e soggetti a rischio, dove impiegare eventualmente in sicurezza anche quelle fasce di popolazione lavorativa meno a rischio, si sono scaricati i contagi di COVID -19 nelle RSA e in reparti di ospedali del tutto impreparati ad accoglierli e gestirli senza diventare essi stessi i principali focolai di contagio.

Tutto questo – seppur relativamente diversificato a seconda dei paesi, delle regioni o delle culture – ha portato e sta portando intere società sull’orlo di crisi economiche che rischiano di avere conseguenze ancora più gravi e di lungo periodo del virus.

Per non parlare delle conseguenze su un piano psicologico.

Esponenziale è stato verosimilmente in questi mesi, l’aumento del consumo di alcool, tabacco, cibo industriale, pornografia. Così come verosimilmente in aumento potrebbero essere state le violenze e gli abusi domestici verso donne e bambini. In un momento in cui tutto il mondo era occupato a preoccuparsi di denunciare altro. Senza considerare il consumo di droghe, l’emarginazione e il disagio di chi già da prima non aveva accesso a condizioni abitative e igieniche adeguate. Molte di quelle stesse persone più deboli in nome delle quelle si sono imposti i lockdown, si sono debilitate fisicamente e psicologicamente più di quanto probabilmente avrebbero fatto se si fosse potuta gestire la prevenzione facendo leva sul libero senso di responsabilità di una coscienza sociale adeguata.

Si sono verificati anche casi di suicidio. Sia di anziani che non riuscivano a sostenere la solitudine imposta dal lockdown, sia di giovani che avevano perso il lavoro. Ed è possibile che queste forme di depressione proseguano ben oltre l’emergenza. Nella misura in cui le nuove condizioni imposte dai governi a livello globale acuiranno ulteriormente, da tutti i punti di vista, le disuguaglianze. E renderanno ancora più difficile vivere dignitosamente una vita per milioni di persone di ogni età.

Ma ancor più inquietanti sono state e potrebbero essere le conseguenze su un piano sociale e culturale. Il distanziamento sociale – individuato fin da subito come unica misura possibile di prevenzione dal contagio di un virus probabilmente ubiquitario (che potrebbe tornare a ondate e picchi stagionali, più o meno pericolosi) sta diffondendo una mentalità sintetizzabile in “contatto umano = pericolo di contagio = assembramento sociale”. Da “assembramento sociale” a “spazio sociale” il passo sarà breve. E le realtà più colpite sul lungo periodo dal virus della diffidenza e della paura, saranno proprio quelle che fanno della socialità e dell’autogestione la loro modalità organizzativa, oltre che la loro ragione di esistere.

Senza fare complottismi o congetture sull’origine più o meno naturale o premeditata del virus, è verosimile che ci siano strategie di potere ben precise volte a indirizzare le società verso una sempre maggior disciplinazione da parte delle istituzioni (mai prima nella Storia lo Stato era arrivato fino a definire scientificamente la distanza esatta da mantenere pubblicamente fra due corpi-mente. O a decidere organicamente con quali persone e in che modo si potessero avere dei semplici contatti fisici, anche all’interno di uno stesso nucleo familiare).

Oltre che a spostare il piano economico e relazionale sempre più sul digitale. Esponenziali sono stati e saranno i profitti di aziende come quelle delle telecomunicazioni, dei social media e di acquisti on-line (Facebook, Amazon, Apple, Netflix, Google solo per citarne alcune).

In un sistema economico che da decenni ormai era sull’orlo della crisi ecologia e dell’esaurimento delle risorse, quello di internet e della rete sarà un giacimento potenzialmente infinito da cui attingere profitti e speculazioni. Così come dal capitalismo a trazione industriale si era già passati da anni a quello a trazione finanziaria, da un’economia delle risorse materiali e naturali si passerà sempre più a un’economia delle risorse digitali. Con tutto quello che ne conseguirà in termini di ulteriori trasformazioni sociali, culturali, oltre che di alienazione e spersonalizzazione della vita e delle relazioni anche più elementari.

La didattica a distanza, già diventata abituale nel periodo di chiusura delle scuole e delle università, rimarrà probabilmente in misura significativa anche alla riapertura di quest’ultime. Con tutto quel che non conseguirà in termini di allargamento della forbice del divario sociale fra i giovani. O di avanzamento per quei soggetti che più si adatteranno ai linguaggi ed alle pratiche disciplinari e cognitive richieste da questo metodo di insegnamento.

Per non parlare dei dispositivi di controllo e sorveglianza che diventeranno pane quotidiano. Come le app. per tracciare i contagi mappando gli spostamenti dei cittadini. O i braccialetti che si attivano vibrando e suonando un allarme quando due o più persone si avvicinano oltre le distane consentite (com’è già stato proposto o ventilato per le vacanze estive in spiagge e villaggi turistici. O addirittura per le scuole, comprese quelle dell’infanzia).

Nella misura in cui non riusciremo a trovare delle forme di risposta alternative (e non è detto che eventuali cure o vaccini portino via con loro, oltre al virus, anche i mutamenti strutturali che esso causerà su vasta scala), ogni lotta e prospettiva sociale di tipo orizzontale, assembleare, anarchico o libertario sembra duramente compromessa, se non a condizione di sublimarla sulla rete. Altra verosimile conseguenza di lungo periodo dell’attuale gestione dell’emergenza da COVID-19 sarà quella di abituare ancora di più la gente a pensare che gli Stati, i governi, la tecnologia industriale e la scientocrazia verso la quale stanno portando l’attuale gestione del poter politico, siano indispensabili alla tutela della vita e della salute dei cittadini.

Quella stessa ingegneria sociale che da sempre caratterizza il potere borghese, ovvero appunto la distanza, il sospetto, l’individualismo e il principio per cui <<la mia libertà finisce>> (e non comincia) <<dove inizia quella dell’altro>> si dipanerà all’ennesima potenza. Togliendo alle persone non solo il piacere e la gioia di vivere più grandi, ovvero quelli della socialità e delle relazioni diffuse (fisiche e mentali). Ma anche ogni possibilità di azione e prospettiva rivoluzionarie, venendo meno quella capacità di accelerazione energetica nel contatto umano che caratterizza ogni emancipazione nella Storia dell’umanità. E la sua capacità di andare imprevedibilmente oltre schemi, linguaggi, immaginari e pratiche socialmente costruite in ogni epoca dal potere.

Oggi più che mai è necessario lottare per riaffermare la possibilità di una socialità radialmente diversa, libera ed orizzontale, come primo anticorpo contro la diffusione di ogni virus, compresi quelli della diffidenza, dell’egoismo e del controllo.

Alcuni segnali interessanti arrivano proprio dalle contraddizioni stesse di questo ennesimo rigurgito della civiltà, e dalle faglie che si aprono al loro interno. Come il ritrovato interesse per le attività ludiche nei parchi, in campagna e negli spazi aperti. O la ripresa della mobilità su due ruote e su due gambe. Con le relative tipologie di socializzazione che ne derivano (per quanto mutilate dai protocolli di sicurezza).

Ma si tratta di risposte ancora prive di una coscienza ampia e radicale sulla questione. Che rischiano di diventare dei palliativi a una nuova vita trascorsa in gran parte davanti a un monitor od allo schermo del telefonino.

Questa pandemia è la conseguenza dei sistemi sociali e degli stili di vita dominanti a livello globale. Fino a quando non riusciremo ad approdare ad una società pienamente ecologica, basata sulla cooperazione ed il rispetto per ogni forma di vita, ogni azione volta alla tutela della nostra salute e di quella delle altre specie si tradurrà inevitabilmente in una negazione della vita stessa. Con conseguenze ancora più catastrofiche di quelle che ci hanno portato fin sull’orlo di questa crisi.

 

 

Edoardo

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Intervento di Dafne Rossi per incontro sull’ecologia sociale all’Ateneo libertario fiorentino (rimandato)

Avrebbe dovuto tenersi ieri sabato 4 aprile l’incontro di libertArea sull’ecologia sociale all’Ateneo libertario di Firenze. Con ospite Dafne Rossi di CUSA assieme ad esponenti dei Fridays For Future, delle lotte NO TAV e di altre lotte territoriali. L’incontro è rimandato a causa della sospensione di tutti gli eventi pubblici. Abbiamo deciso di pubblicare comunque l’intervento che Dafne Rossi aveva preparato, come spunto di riflessione in vista di una nuova data per l’incontro stesso.

PREMESSA

«Tutti gli scienziati sono d’accordo nel dire che le emissioni di CO2 causano un cambiamento climatico che porta al riscaldamento della terra e che a causa di questo il pianeta potrebbe porre fine alla sua vita.”

Non tutti. E non in questi termini. Non c’è una certezza su quello che avverrà.

C’è accordo sul fatto che l’inquinamento sia una delle tante CONCAUSE dei cambiamenti climatici MA NON CHE NE SIA LA CAUSA così come non causerà la fine del mondo. Inoltre NON finirà il mondo a causa del cambiamento climatico. Finirà il mondo che conosciamo noi, nulla vieta la formazione di nuovi ambienti e nuova vita.

I motivi per preoccuparsi dell’inquinamento ci sono e in primis dovremmo preoccuparci della nostra di sopravvivenza e di quella delle forme di vita più affini a noi.

1.Cosa ci fa persuadere che l’inquinamento causi il cambiamento climatico:

TEMPO

«I ghiacciai si sciolgono più velocemente che durante le passate ere geologiche in cui si sono alternati periodi glaciali a periodi caldi»

Prima di tutto i cambiamenti climatici non sono uguali nel tempo e nello spazio.

Ci sono stati infatti cambiamenti climatici molto lunghi seguiti da altri altrettanto brevi e in particolare, nel Quaternario, l’ultima fase della storia della terra, le oscillazioni climatiche si sono fatte più «veloci», di qualche migliaio di anni. In questi «ultimi» quattro milioni di anni, tra le varie cose accadute sulla terra, è comparso anche l’essere umano, ma da meno di 1000 anni è diventato abbastanza potente da poter controllare l’intero pianeta (o da averne la pretesa).

A questo va aggiunto che le fasi di scioglimento dei ghiacci sono più rapide di quelle di formazione di nuovi ghiacciai.

I cambiamenti climatici sembrano attualmente dipendere da cause astronomiche, secondo la teoria di Milankovitch, in particolare dai moti millenari della terra che il nostro pianeta compie insieme al sistema solare: l’eccentricità dell’orbita di durata 100 mila anni, l’inclinazione dell’asse terrestre, durata 41 mila anni, la Precessione degli equinozi, di durata 23 mila anni circa. A queste si aggiungono una serie di concause «terrestri» di cui l’inquinamento non è che l’ultima. Bisogna considerare infatti i vulcani, il movimento dei continenti, l’orogenesi (ovvero la formazione delle montagne), gli scambi gassosi tra atmosfera, idrosfera, biosfera, etc… Per finire, bisogna stare attenti ai segnali: quelli che sembrano segni di un riscaldamento climatico, potrebbero essere in realtà cause di un raffreddamento o viceversa.

Questo significa che ci sono cambiamenti climatici globali durante i quali si verificano cambiamenti climatici più rapidi che dipendono contemporaneamente da cause astronomiche e da cause terrestri.

Inoltre non bisogna confondere i cambiamenti climatici globali con quello che avviene a livello locale. La storia dei ghiacciai infatti non è uniforme da un emisfero all’altro e la ricostruzione delle ultime glaciazioni si basa soprattutto sui ghiacciai delle zone settentrionali dell’emisfero nord.

Altra questione, quanto conosciamo la storia dei ghiacciai? Quanti dati precisi possiamo avere a riguardo?

Ad esempio, se un ghiacciaio si è formato un milione di anni fa, possiamo conoscere esattamente tutte le sue fasi? Possiamo avere i dati dell’ultimo scioglimento, ma non sappiamo se nella sua storia di un milione di anni ha conosciuto periodi di scioglimento parziale alternati a periodi di ricongelamento. E questo ci collega subito al prossimo argomento, i dati.

DATI

«La temperatura attuale è la più alta mai registrata»

Attenzione al «mai» e al «registrata». Noi abbiamo dati di temperatura dell’aria e dell’acqua, salinità dei mari, pressione atmosferica etc, da quando l’essere umano ha iniziato a misurare.

Gli strumenti di misura e le unità di misura sono cambiati nei secoli e inoltre oggi strumenti molto avanzati ci consentono di avere misure precisissime. Sono cambiati i tempi delle misurazioni: una volta per avere informazioni generali sullo stato dei mari ci volevano mesi e mesi di navigazione e di raccolta dati a campione, oggi un satellite terrestre può dare informazioni sullo stato dei mari a livello globale in un giorno.

Anche l’interesse delle misurazioni è cambiato.

Prima l’interesse degli scienziati era quasi privato, oggi ci sono squadre di scienziati mondiali che monitorano costantemente il pianeta in funzione di interessi politici, economici, sociali.

Oltre alle misurazioni matematiche, ogni dettaglio che possiamo ricavare dal passato diventa prezioso anche se non ci da informazioni precise come quelle che possiamo avere oggi:

I giornali, i ritrovamenti archeologici, le raffigurazioni, i racconti, la mitologia.

Per esempio, molti ritrovamenti risalenti ai tempi dei Romani si trovano oggi sotto il livello del mare.

Andando ancora più indietro, al mito del diluvio universale, si potrebbe pensare che si sia trattato in realtà di un improvviso cambiamento del livello del mare che ha invaso gran parte delle terre emerse.

C’è chi sostiene perfino che la leggenda dei ciclopi, giganti a un occhio, incontrati in Sicilia da Ulisse durante le sue peregrinazioni, sia dovuta alla presenza in quell’area di elefanti. Cosa ci facevano gli elefanti in quella zona della terra? Probabilmente in quell’epoca la Sicilia era spostata più a Sud di ora e godeva di un clima molto più caldo.

Infine, se si vedono le raffigurazioni degli abiti ai tempi dei Greci e dei Romani, si vede che vestivano molto leggeri.

Mettendo insieme queste e altre informazioni, viene fuori il quadro di un riscaldamento climatico iniziato circa 15000 anni fa, che ha avuto come conseguenza l’innalzamento improvviso del livello del mare, inizialmente più brusco, che si è poi un po’ stabilizzato, ma che continua ancor oggi (dati che si trovano sul sito dell’ISPRA).

E prima che ci fosse l’essere umano a fare da testimone? Abbiamo i rinvenimenti fossili, i dati degli isotopi, atomi radioattivi che possono impiegare anche milioni di anni a decadere, utili per le datazioni, le successioni stratigrafiche, le variazioni dei poli magnetici a causa dello spostamento dei continenti e tante altre tecniche di datazione.

Esempio banale: se troviamo conchiglie o fossili di molluschi in montagna, sappiamo che probabilmente quella montagna un tempo era sommersa. Se poi quei molluschi sono (o sono stati) abitanti dei mari caldi, si può essere certi del fatto che in quel luogo una volta il clima era caldo. Se paragoniamo quei fossili ad altri di cui si è riusciti a rilevare la data, possiamo perfino capire a che epoca geologica appartengono.

Mettendo insieme tutte queste informazioni a livello locale, e senza perdere d’occhio i grandi eventi geologici che hanno sconvolto la terra, ci si può fare un’idea dei tempi e dell’impatto dei cambiamenti climatici e allora si possono azzardare confronti.

MISURAZIONE CO2

Le emissioni di CO2 fanno aumentare l’effetto serra.

Vero. Il protocollo di Kyoto ha ratificato un sistema per ridurre le emissioni di CO2, ma anche per permettere agli Stati di commerciare e scambiare tonnellate di CO2.

Una volta si diceva, ci faranno pagare anche l’aria che respiriamo e in qualche modo è successo.

Succede infatti che ogni stato deve attenersi a una soglia minima di CO2, quando sta al di sotto di tale soglia, acquisisce una specie di bonus da usare sul proprio territorio a piacimento. Questo bonus può essere guadagnato ad esempio promuovendo progetti che mirino all’utilizzo di nuove fonti energetiche, al riuso/riciclo dei rifiuti, creazione di aree verdi e così via. Se poi questi progetti sono fatti in uno stato povero e senza mezzi, il bonus vale di più. Esempio, se la Germania promuove una politica «green», sul proprio territorio o fa lo stesso in un paese dell’Africa, e con tali progetti è calcolato che emetterà nell’aria due tonnellate di CO2 in meno all’anno, può recuperare queste due tonnellate facendo circolare tranquillamente auto a petrolio sul suo territorio. Se invece la Germania mira alle auto elettriche, può vendere queste due tonnellate di CO2 alla Cina che ne ha tanto bisogno. E così si è creato un mercato internazionale di quote di CO2.

Ma mentre gli Stati si divertono a giocare in borsa con le quote di CO2, il pianeta continua a riversare nell’aria e nell’acqua gas serra da tutti i pori. Non parliamo del metano o degli altri gas che pure sono causa dell’effetto serra e che fuoriescono dalla terra un po’ a causa dell’essere umano, un po’ per i movimenti della crosta terrestre, e atteniamoci alla CO2. Vi sfido a calcolare quanta CO2 fuoriesce nell’aria da una singola eruzione vulcanica, o quanta ne producono in un giorno tutti gli organismi che respirano ossigeno, piante comprese (che respirano durante la notte).

C’è chi dice che gli scambi gassosi in natura rispettano un equilibrio naturale. Vero, ma un’eruzione vulcanica, un terremoto, sono eventi improvvisi in cui tonnellate di gas fuoriescono tutte insieme e la terra per riequilibrare questi gas fuoriusciti in poche ore ci metterà forse milioni di anni. Proprio come accade per l’inquinamento.

2. Il clima cambia, ma il mondo finirà?

Che il mondo finirà l’hanno sempre detto un po’ tutti. I Cristiani pensavano che sarebbe finito con l’avvento dell’anno Mille, i Maya avevano calcolato pressapoco che sarebbe finito nel 2012 e ancor oggi Musulmani e Protestanti predicano l’imminente arrivo del giorno del giudizio.

In tempi più recenti invece la fine del mondo è stata collegata alla salvaguardia dell’ambiente e c’è chi, a ragione ha combattuto per un mondo più pulito, ben sapendo che questa è la condizione base perché il mondo sia più giusto, che vengano azzerate le differenze sociali e non ci siano più fame, guerre e povertà. Rivendicazioni più che mai giuste ma che non hanno a che vedere con la fine del mondo, ma con la nostra fine. Il pianeta non ci rimpiangerà sicuramente, farà il suo corso, così come potrà fare a meno degli elefanti o dei panda che sarebbero probabilmente scomparsi lo stesso prima o poi senza lasciare traccia.

Le estinzioni di massa sono sempre avvenute sul pianeta infatti, e sono dovute spesso ai cambiamenti climatici. I primi a estinguersi sono stati spesso gli animali di grossa taglia. Esempio: i dinosauri hanno popolato mari, terra e aria per milioni di anni durante i quali, fra l’altro, la temperatura sulla terra era elevatissima rispetto ad ora e le concentrazioni di Carbonio nell’aria erano molto più alte di adesso. Infatti il clima era tropicale, crescevano foreste rigogliose e felci altissime, cibo adatto a queste enormi lucertole a sangue freddo che avevano per l’appunto bisogno di calore per sopravvivere. Se pensate, oggi le lucertole più grosse che si trovino sulla terra, sopravvivono in climi molto caldi, mentre alle nostre latitudini hanno assunto dimensioni minime.Tra le varie ipotesi sull’estinzione dei dinosauri, c’è quella appunto del raffreddamento del clima che avrebbe portato a un cambiamento di flora e fauna e a una loro sostituzione. Infatti la terra è stata colonizzata da conifere e piante a fiore e al posto delle lucertole che si sono rimpicciolite, sono arrivati gli uccelli nell’aria e i mammiferi, alcuni dei quali hanno assunto dimensioni molto grandi e sono perfino tornati a colonizzare i mari a fianco dei pesci. Proprio i mammiferi sono gli esseri viventi che a noi piacciono di più e che allo stesso tempo, come per una specie di cattiveria innata, stiamo riuscendo a far sparire dalla faccia della terra. Ma, da un punto di vista strettamente ecologico (ripeto SOLO ecologico) questi sono gli esseri «meno» utili alla terra. Quelli che consumano risorse e non contribuiscono alla loro rigenerazione. Ovviamente in maniera molto meno impattante della nostra, ma comunque in qualche modo lo fanno e forse lo farebbero ancora di più se non ci fossimo noi. Non significa che quindi possiamo continuare a fare fuori questi esseri viventi, non ne abbiamo il diritto. Significa che dovremmo dare una maggiore importanza ad altri esseri che non consideriamo di solito e che invece sono fondamentali per la nostra stessa sopravvivenza. Primi fra tutti i batteri.

Pensate ora alle profondità marine e date uno sguardo a quel che c’è sul fondo. Meduse, spugne, alghe. Esseri antichissimi che si trovavano lì milioni di anni or sono e che probabilmente ancora lì resteranno. Prima di noi e dopo di noi. Se tutto ciò non basta a convincervi delle risorse del pianeta e della vita, sappiate che esiste vita laddove neanche lo immaginate e che addirittura probabilmente la vita sulla terra è nata senza ossigeno, quando quest’ultimo era un gas tossico per gli organismi e sono stati proprio i batteri a «decidere» che tipo di vita si sarebbe evoluta in seguito, apportando maggior ossigeno nell’atmosfera anziché eliminarlo.

3. Il mondo pulito è la base per un mondo giusto e viceversa

Quando il mondo occidentale, dopo lotte su lotte per l’ambiente (compresa quella di Greta), ha iniziato a prendere sul serio una rivoluzione ambientale, i magnati dell’economia sono corsi ai ripari e si sono appropriati di parole quali «green», «bio», «eco».

Così sono nate la Green economy, e l’economia circolare, basate sull’uso di energie alternative, possibilmente rinnovabili, il riuso e il riciclo dei rifiuti, con l’introduzione del concetto di «ciclo dei rifiuti», l’uso di mezzi di trasporto non inquinanti. L’economia insomma si è accaparrata il diritto di usare a suo vantaggio quelle che sono state per anni le rivendicazioni di lotte sociali e politiche.

Infatti, l’economia di adesso sta creando gli stessi bisogni di quelli creati dall’economia capitalista.

Esempio. Si dice che la fame nel mondo aumenterà in funzione del continuo aumento della popolazione mondiale. A parte che la fame del mondo c’era anche prima e soprattutto da quando la produzione è diventata di massa (cosa che avrebbe dovuto invece eliminare ogni disparità sociale ed economica), il problema sono le soluzioni proposte:

– il risparmio totale di tutto, compresa l’acqua che beviamo;

– la ricerca di nuove risorse di cibo, e in particolare in questo momento si punta su alghe e insetti.

Immaginate di vivere in un mondo in cui ci cibiamo unicamente di alghe e insetti, andando a comprare sempre il cibo al supermercato e cercando di avere sempre il frigorifero pieno.

I mari saranno battuti da cima a fondo per recuperare tutte le risorse alimentari disponibili.

Ci saranno colture di alghe per far crescere al massimo le quali bisognerà dar loro medicinali e allevamenti intensivi di insetti nutriti a ormoni per diventare più grossi e (falsamente) nutrienti. Ci sarà selezione di organismi adatti ai bisogni alimentari con drastica diminuzione della variabilità genetica e della biodiversità. Ci sarà controllo dei mari e delle terre da parte di pochi, con ridotto accesso alle fonti alimentari da parte dei cittadini che prima potevano prelevare per conto proprio eventuali alghe mangerecce da aggiungere al proprio banchetto (le alghe infatti sono una fonte di cibo da tempi memorabili e non una moda del momento), e ora saranno costretti a procurarsi questi generi alimentari al supermercato. Ci sarà gente che si potrà permettere di mangiare e altra che non potrà. Insomma saremo in una situazione pari a quella di oggi finché non si punta a una ridistribuzione equa delle risorse e a un accesso alle risorse alimentari per tutt*.

Inoltre, è vero che una parte del pianeta spreca mentre l’altra metà non mangia, ma il problema è, che fine fa l’acqua che io non spreco? Pensate solo a quanta acqua viene letteralmente buttata negli impianti di raffreddamento delle centrali nucleari e quanta ne esce contaminata da radiazioni e inutilizzabile sia per bere che per lavarsi. E a quante sorgenti vengono chiuse all’accesso pubblico per venderne l’acqua nei supermercati.

È un po’ come quando i dittatori chiedono alla popolazione di sacrificarsi per «il bene del paese». È una situazione di «emergenza».

L’emergenza è una brutta cosa che non ci fa riflettere su quello che succede realmente e non ci fa trovare soluzioni adeguate. E che fa comodo ai capi di stato per sottomettere intere popolazioni. La prassi è sempre la stessa: informazioni parziali e incoerenti, diffusione di panico, richiesta di collaborazione da parte dei cittadini, diffusione di modelli di comportamento «corretti» da seguire con relativa richiesta di sabotare e segnalare comportamenti «sbagliati», in modo da creare un capro espiatorio che si assuma le responsabilità derivanti dalle pecche dello stesso stato. Così da fare in modo che invece di collaborare tra di noi per un mondo diverso, ci mettiamo uno contro l’altro, perché la necessità di cambiare e soprattutto il modo con cui farlo viene imposta, non parte dal basso.

Per finire, le risorse alternative e i rifiuti sono e sono stati un vero e proprio business per la stessa mafia, che un tempo gestiva le discariche o le industrie del petrolio.

È notizia di pochi giorni fa che l’appalto per la gestione dei rifiuti e delle isole ecologiche in molti comuni siciliani è risultato essere stato dato a un’organizzazione mafiosa (articolo de La Sicilia).

Da considerare anche la speculazione sulle risorse rinnovabili che ha portato all’uso di terreni un tempo agricoli per impiantare pannelli fotovoltaici e alla costruzione di enormi impianti eolici che impattano gli ecosistemi alla pari di una centrale nucleare (a livello di costruzione) senza peraltro che le popolazioni ne traggano giovamento. Perché tali impianti servono interessi più alti che dare l’energia nelle case dei cittadini.

Allora che si fa? Si torna indietro e si ricomincia a usare il petrolio?

Assolutamente no. Il problema non sono le risorse rinnovabili o il risparmio energetico. Bisogna cambiare mentalità.

Dafne Rossi

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NESSUNO STATO PUO’ SALVARE IL ROJAVA! Costruiamo ovunque la Comune internazionalista delle donne e degli uomini

Quella del Rojava e della Siria del nord e dell’est è una delle esperienze rivoluzionarie e comunitarie più importanti degli ultimi decenni.

L’autogestione di intere comunità di donne e di uomini, basata sulle assemblee e sulla democrazia diretta, ha dimostrato non solo che una società ecologista, anticapitalista e libertaria oggi è più che mai possibile. Ma che può garantire meglio di qualunque Stato, i diritti e le libertà di ogni essere umano.

Lo dimostra il fatto che il “piccolo e indifeso Rojava” ha dato un contributo fondamentale alla lotta contro l’ISIS ed alla sua sconfitta. Oggi rimessa tragicamente in discussione dall’infame invasione militare da parte della Turchia di Erdogan.

Lo dimostrano i progressi raggiunti in termini di emancipazione delle donne. E lo sviluppo di un cooperativismo economico fondato sul rispetto dell’ecosistema e su un possibile equilibrio con l’ambiente.

Fondamentali sono state le influenze esercitate su Abdullah Ocalan – riferimento politico, umano e ideologico di moltissimi curdi – da parte del socialista libertario Murray Bookchin, e della sua opera basata sull’assemblearismo e sull’ecologia sociale.

Per tutti questi motivi, l’esperienza storica del Rojava è intollerabile non solo per lo Stato turco. Ma per tutti gli Stati più o meno democratici, ambasciatori di una presunta diplomazia o di un presunto diritto internazionale. Lo dimostra anche l’ennesimo “capolavoro diplomatico” degli Stati Uniti. Che hanno fatto passare per ritiro delle proprie truppe – dislocate in realtà a difesa dei pozzi di petrolio della Conoco – quello che di fatto è stato un via libera all’ennesimo massacro ed all’ennesima repressione da parte di un membro fondamentale della NATO come la Turchia.

Lo dimostra l’ipocrisia dell’Italia e di altri paesi europei, che da un lato condannano l’aggressione di Erdogan. E dall’altro dichiarano embarghi non retroattivi sulle armi, nei confronti di quello che è e resta un partner economico-militare fondamentale per le strategie geopolitiche continentali.  Sotto il ricatto del riversarsi di decine, forse centinaia di migliaia di profughi alle frontiere della sua fortezza assediata.

Per tutti questi motivi, una soluzione della crisi del Rojava che punti ad un sostegno da parte dell’Unione Europea e dell’ONU, è destinata a infrangersi contro quelle stesse illusioni che avevano portato i miliziani curdi a trovare possibili alleanze proprio nelle coalizioni occidentali a guida USA.

Solo un pieno e incondizionato rilancio della solidarietà internazionale, declinando in chiave anarchica tanto il confederalismo del Rojava, quanto esperienze come quelle delle Brigate Internazionali di Liberazione. E solo la costruzione di comuni internazionaliste in ogni spazio e in ogni momento di conflitto. Possono garantire quella pressione sul governo turco e i suoi alleati tale da farli desistere dall’obbiettivo finale di annientamento della rivoluzione e della causa curda, che è la causa di tutti i popoli.

 

 

CUSA

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Cambiamento climatico, inquinamento e… confusione

Baia di Lindos, isola di Rodi, Grecia. La linea scura sulle rocce si chiama “solco di battente”, indica il livello del mare circa 5000 anni fa: in parte le spiagge orientali dell’isola si sono innalzate (fenomeni di subsidenza) e in parte il mare si e` ritirato (fenomeni di eustatismo). Un altro fenomeno che si può osservare in questa spiaggia e` la chiusura dei bracci di terra che circondano la baia. Col tempo questo tratto di mare potrebbe chiudersi, formare una laguna e in seguito una palude.

Come ogni anno è arrivato il caldo estivo. Da quando Greta è scesa in piazza giurando lotta eterna per il clima, l’argomento è diventato un chiodo fisso per tutti, e lei nemica di governi e multinazionali, esempio da seguire per i movimenti ambientalisti e bersaglio di battute da parte di chi del clima se ne frega.
Si vive in costante emergenza climatica, si confondono la normale afa estiva con la siccità, le anomalie stagionali con un cambiamento climatico epocale, e tutto ciò è considerato causa diretta dell’inquinamento.
Negli ultimi giorni il telegiornale ci ha martellato con la notizia di un’ondata di caldo nelle città del Centro Nord. Ora, non c’è dubbio che lo smog contribuisca a rendere più afose che mai le città in questione. Ma va anche considerato che queste ultime non hanno sbocco sul mare, sono site sulla riva di fiumi e in mezzo alle montagne, ovvero godono di un clima continentale, che per definizione è caratterizzato da freddi inverni ed estati molto calde.
Effettivamente, vivere nell’emergenza di un possibile e irrimediabile cambiamento climatico potrebbe dare all’umanità uno stimolo a darsi da fare per smettere di inquinare e di consumare tutte le risorse della terra, migliorando di gran lunga la qualità dell’ambiente.
Purtroppo, in emergenza la gente non pensa razionalmente. E l’ingenuità con cui si affrontano certe situazioni può portare a trovare soluzioni estremamente fantasiose, che in alcuni casi possono rivelarsi ancor più pericolose per la natura.
Ad esempio, nel Sud Est della Sicilia la gente è propensa a pensare che l’erosione delle spiagge dipenda direttamente dallo scioglimento dei ghiacciai e dal consecutivo innalzamento del livello del mare. Fin qui la cosa ha senso, ma nessuno ha mai pensato che il mare si possa muovere nel tempo e che quindi non è consigliabile costruire abitazioni (abusive peraltro) a ridosso del litorale, (esattamente come non si costruisce su un dirupo). Cosa che invece sicuramente contribuisce a far scomparire la spiaggia ma non è la causa dell’innalzamento del mare. C’è poi chi addirittura ribalta completamente la sequenza causa effetto di questo processo.
Queste sconclusionate teorie sono pericolose perché non tengono di conto il fatto che la natura non è ferma e immutabile, e che il mare non è una piscina messa lì in bella vista per poterla ammirare noi. Il mare sale e scende, i fondali marini non sono piatti e la terra che noi chiamiamo ferma, ferma non è affatto. Ma soprattutto, questo modo di pensare denota un’evidente mancanza di prospettiva temporale. Per l’essere umano un cambiamento rapido avviene al massimo in una decina d’anni, per la terra dura minimo mille anni, cioè almeno 40 generazioni umane: c’è totale incompatibilità tra quello che facciamo noi, e che possiamo contribuire in parte a cambiare, e quello che fa la terra.
Vuol dire che noi non abbiamo idea (e non potremmo mai averne una precisa) di come la terra si è modificata dalla sua nascita ad oggi. Dei climi e degli ambienti che si sono alternati, delle miriadi di esseri viventi che sono comparsi e si sono estinti prima che avessimo il tempo di metterci noi lo zampino.
Ma c’è dell’altro.
Vivere nell’emergenza porta a pericolose derive il cui punto d’arrivo sono di solito le tirannie e le dittature. Durante il fascismo le donne donavano le loro fedi nuziali allo Stato per fonderle e ricavarne oro. Nella speranza di aiutare i loro mariti mandati in guerra a morire congelati in Russia o a godersi il mare e le donne (diciamoci la verità, in guerra c’è stato anche questo) di qualche soleggiata isola greca.
Un po’ la stessa cosa avviene oggi quando ci viene chiesto di risparmiare l’acqua che beviamo o il cibo che mangiamo. D’accordissimo, infatti, a chiudere il rubinetto quando non serve. Sono la prima a inorridire quando vedo buttare cibo ancora buono nella spazzatura, soprattutto sapendo che la maggioranza delle persone sul pianeta vive in povertà assoluta, ed evito l’uso di piatti e bicchieri di plastica.
Ma che succede quando milioni di tonnellate d’acqua vengono usate per raffreddare le centrali nucleari, o quando usiamo i bacini idrici per scaricarci i nostri rifiuti? Succede che a noi tutta quell’acqua ci viene tolta (o ce la neghiamo da soli) perché serve a scopi «superiori». E che gran parte di quella che noi dovremmo consumare viene inquinata: di conseguenza compriamo l’acqua in bottiglia o paghiamo una ditta privata perché ci ripulisca la falda idrica, mentre noi siamo costretti a risparmiare quello che ci è indispensabile per vivere. Quella che dovrebbe essere una risorsa comune diventa un bene per pochi.
Inoltre, ricordatevi che dietro la produzione massiccia di oggetti in materiale organico o di macchine a gas anziché a petrolio, dietro ai pannelli fotovoltaici, c’è un’intera nuova economia* che si muove con le stesse identiche caratteristiche di quella attualmente esistente. La mia riflessione infatti è questa: basta un pannello sul tetto per illuminare un’abitazione, e una turbina eolica per dare luce a un quartiere intero. Allora a che serve un impianto eolico immenso in mezzo alle colline che non viene usato da nessuna delle città immediatamente adiacenti? E i campi «coltivati» a fotovoltaico nelle regioni del centro Italia, quando in tali regioni viene usata regolarmente l’elettricità via cavo? O gli immensi impianti solari in mezzo ai deserti? Il problema dell’inquinamento, dunque, non è soltanto il risparmio di energia o il trovare fonti di energia alternativa. Ma che vi piaccia o no è quel vecchio e conosciuto sistema al quale qualcuno tempo fa diede il nome di «capitalismo». E che crea tante disparità sul pianeta.
Ora, dopo tutta questa manfrina, penserete che io non prenda in considerazione l’emergenza inquinamento o che appoggi addirittura la politica di Trump. Tutt’altro. Vorrei che rifletteste a mente fresca almeno per un attimo.
Il clima muta in continuazione, i continenti si spostano, movimenti continui e a noi spesso impercettibili della terra liberano nell’aria tonnellate di CO2. I mari si alzano e si abbassano giornalmente a causa delle maree, stagionalmente a causa dei venti e del moto ondoso, in migliaia di anni a causa di fenomeni astronomici (in particolare quelli che vengono chiamati i moti millenari della terra, che sembra siano alla base dei grandi cambiamenti climatici**).
Noi modifichiamo l’ambiente che ci circonda, inquiniamo l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo, deviamo il corso dei fiumi, spianiamo le coste, decimiamo gli animali, riempiamo gli oceani di plastica, sfruttiamo al massimo le risorse della terra. E tutto questo perché una piccola parte degli esseri umani viva relativamente bene, a discapito della stragrande maggioranza della nostra specie. In altre parole ci facciamo del male, e distruggiamo la natura con cui più abbiamo familiarità, o che ci piace.
Ma non stiamo distruggendo la terra e qui nasce l’equivoco in cui cadiamo spesso.

Parco dell’Aniene, tra i quartieri Tiburtino e Salario, in piena città di Roma

Le piante infatti crescono persino sull’asfalto***, non siamo mai riusciti a liberarci da insetti, gabbiani e topi e nel frattempo, probabilmente, Miss Evoluzione starà già architettando qualcosa di nuovo.
Vi siete mai chiesti se il panda, o l’elefante non sarebbero spariti anche senza il nostro contributo, lasciando un posto vuoto sul pianeta per specie nuove?
È qualcosa che si è ripetuto nella storia della terra: gli esseri più ingombranti, oserei addirittura più «inutili» dal punto di vista strettamente ecologico**** (NON etico), ovvero quelli che consumano più risorse, a un certo punto si sono estinti, forse perché non hanno saputo adattarsi a un cambiamento climatico, oppure si sono ridimensionati parecchio. Considerate che un panda può mangiare fino a 15 kg al giorno di bambù, oltre, occasionalmente, ad uova o piccoli animali. L’essere umano fa ben altri danni, ma a un individuo adulto basta molto meno da mangiare.
Un esempio di esseri ingombranti che si sono estinti è quello dei dinosauri che hanno colonizzato terra, aria e acqua per diversi milioni d’anni. E poi, per motivi ancora non ben chiari, in parte si sono evoluti in quelli che sarebbero diventati gli uccelli e i mammiferi, in parte sono diventati molto più piccoli fino ad assumere le dimensioni dei serpenti e delle lucertole attuali. In altre parole, hanno lasciato posto ad esseri nuovi. Allora la terra era molto più calda di ora (i famosi due gradi in più, conseguenza delle emissioni di CO2 sono niente a confronto), e poi è successo qualcosa che ne ha alterato le condizioni.
Se pensate che gli elefanti vivano sulla terra da poco tempo, sappiate che contrariamente a quanto si pensa, sono più vecchi del loro parente lanoso, il mammut. Probabilmente sono sopravvissuti al passaggio da un’era calda a una più fredda e poi di nuovo a una calda. Ma ora sono in declino, per colpa nostra, sicuramente, ma anche per altre cause.
Vorrei farvi notare, invece, come altri esseri se ne stanno buoni buoni dove sono, dai tempi in cui si sono formate le prime forme di vita complesse senza subire minimamente i cambiamenti climatici o l’inquinamento. Pensate alle meduse, o alle spugne sul fondo del mare o ancora alle libellule sulla terra.
Non voglio tediarvi oltre. Vi dico solo che le prime forme di vita sulla terra sono arrivate circa 3 miliardi e mezzo di anni fa, si chiamavano batteri. Non si sa ancora come si siano formati, ma è probabile che siano nati addirittura in mare, a profondità altissime senza ossigeno né sole, vicino a fuoriuscite di acqua ricca di minerali chiamate camini idrotermali. Nei pressi delle quali tutt’oggi esiste un’intera gamma di organismi (da invertebrati a pesci più grossi) che vivono grazie a tali batteri. E proprio i batteri, arrivati in qualche modo alle nostre superfici, hanno campato da soli per tre miliardi d’anni in un’atmosfera di CO2 che nel corso del tempo avrebbero riempita d’ossigeno. In sostanza, probabilmente sono stati loro a decidere che tipo di vita sarebbe comparsa successivamente sul pianeta. E, quando miss Evoluzione ha ideato la cellula eucariotica, col DNA ben impacchettato dentro il nucleo, la vita era finalmente pronta a manifestarsi nelle sue forme più svariate, cosa che è avvenuta in «poco» tempo*****. «Solo» circa 4 milioni d’anni fa siamo arrivati noi.

Lungotevere, Roma

Dico tutto questo non perché giustifico la decimazione del panda o dell’elefante da parte nostra. Né perché nego un cambiamento climatico in corso. Dico semplicemente che la natura non la controlliamo, che questo cambiamento climatico non ci sarà per causa nostra, e che se c’è qualcuno che trae poco vantaggio dalle nostre azioni sconsiderate, quel qualcuno siamo proprio noi. Ci illudiamo di poter tenere sott’occhio qualcosa i cui meccanismi ci sfuggono del tutto, e sui quali possiamo solo fare osservazioni e teorizzare. Viceversa, diamo per scontate cose come la fame, la povertà e i soprusi, che invece dipendono totalmente dalla nostra volontà e che sono le cose contro le quali dovremmo seriamente lottare. Sono questi, infatti, i motivi per i quali dovremmo smettere di inquinare e sfruttare smodatamente le risorse della terra. E per riuscire nell’impresa dovremmo cambiare all’abc il nostro sistema economico, e probabilmente anche il nostro stile di vita.
Chiudo con questa affermazione, che spero non intendiate in senso religioso: credo che la vita sia la cosa più bella che esista, e noi siamo capaci solo di rovinarcela pensando che ne esista una migliore in un mondo diverso da questo. Se iniziassimo a vivere davvero e autorispettarci come esseri umani, credo che riusciremmo a rispettare anche tutto quanto il resto che ci circonda.

 

 

Dafne Rossi

6 luglio 2019

Note:
* Parlo di Green Economy e di Economia circolare
** Le teorie secondo cui i moti millenari della terra influenzano il clima e sono causa di cambiamenti climatici periodici che durano appunto migliaia di anni, e che come conseguenza hanno lo scioglimento/formazione dei ghiacciai e quindi la variazione del livello del mare, risalgono ai primi del ‘900 e sono da attribuire al matematico Milanković. Attualmente sono le teorie sul clima maggiormente accettate dalla comunità scientifica.
La teoria della deriva dei continenti, secondo la quale i continenti si sono spostati nel tempo e che ha dato origine alla teoria della tettonica delle placche, invece, risale al 1912 ed è attribuita ad Alfred Wegener.
*** È estremamente evidente che la natura si riappropri delle nostre città.
L’architetto paesaggista francese Gilles Clément ha fatto parecchie osservazioni ed esperimenti a riguardo, e nel suo libro «Il terzo paesaggio» racconta come in pochissimo tempo paesaggi abbandonati dall’essere umano possono diventare paesaggi nuovi, dove la natura si ripropone in forme nuove, diverse da quelle che noi conosciamo.
**** Ovviamente non esistono esseri utili o inutili, ma ecologicamente parlando, ci sono organismi che contribuiscono a creare, trasformare e riciclare le risorse sulla terra e altri che le consumano senza dare alcun apporto all’ecosistema e tra questi non ci siamo solo noi.
*****Miss Evoluzione» è una citazione di Frank Schätzing che nel suo libro «Il Mondo d’acqua» racconta l’evoluzione della vita sulla terra, ponendo particolare attenzione proprio sui tempi che ci sono voluti perché la vita assumesse forme più complesse rispetto alla cellula procariotica, cioè ai batteri.
Secondo le ultime teorie, l’evoluzione non è lineare come diceva Darwin, ma è qualcosa che va in qualche modo «a tentativi» e «a zig zag». Lo testimonierebbero le attuali forme di vita sulla terra. Così, dai dinosauri non sono nati semplicemente i rettili, essi hanno probabilmente dato origine a due linee evolutive che si sono sviluppate più o meno contemporaneamente in ambienti differenti: gli uccelli e i mammiferi.
Riguardo la nascita della vita, le teorie sono molteplici. I camini idrotermali sono stati studiati negli ultimi anni perché in prossimità di questi vivono colonie di batteri che sono in grado di sintetizzare molecole organiche a partire da gas inorganici con un processo chemiosintetico, proprio come fanno le piante che stimolate dalla luce producono zuccheri da molecole di CO2. Su questo processo si basa un’intera catena alimentare che ha come ultimo anello i pesci mostruosi che vivono sott’acqua a migliaia di metri di profondità, nelle fosse oceaniche.
Infine, la spiegazione del fatto che la terra si sia riempita di ossigeno grazie ai batteri, è da ricercare nella teoria endosimbiontica della biologa Lynn Margulis.
Va sottolineato che tutte queste teorie non corrispondono necessariamente alla realtà dei fatti perché la scienza, al contrario della religione, si basa su ciò che è possibile dimostrare, non su ciò che è vero in assoluto.
Anche se non siamo certi sulla spiegazione, però i terremoti e i vulcani sono reali, e allo stesso modo la vita a migliaia di metri sotto il livello del mare, dunque attualmente queste teorie hanno parecchie basi empiriche: di conseguenza, anche se nel tempo dovessero venire superate o rifiutate, ci aprono comunque orizzonti possibili che non possiamo ignorare.
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Articolo CUSA sul numero 434 di maggio di “A rivista anarchica”, in occasione del nostro 10° anniversario

“A rivista anarchica” ha pubblicato sul numero di maggio questo articolo CUSA, in occasione del nostro decimo anniversario.

L’articolo ripercorre le tappe che abbiamo fatto in questi anni, cerca di analizzare la situazione attuale alla luce anche del nostro percorso, e propone dei possibili sviluppi verso un nuovo (e sempre più necessario) umanesimo anarchico.

Ringraziamo la redazione di “A” per questo bel regalo di compleanno!

 

 

Qualcuno nel 1992 aveva provato a proclamarla la fine delle Storia.

Quando un sistema di potere che si credeva naturale come il ciclo degli equinozi o la forza di gravità, crollò improvvisamente sotto i colpi di un blocco contrapposto. E delle menzogne sulle quali fin dall’inizio si era fondato. Lasciando campo a un capitalismo e un liberismo sfrenati, che si sarebbero spinti ben oltre le più nere previsioni.

Qualcuno allora tentò delle improbabili “Rifondazioni”. Sostenendo ai congressi nazionali che il fatto che una delle più gravi tragedie della Storia fosse coincisa con lo stesso apparato ideologico del loro partito, non richiedesse una riflessione critica su di esso. Ma che si trattasse di una spiacevole e imprevedibile coincidenza, dipesa dall’errata interpretazione di alcuni personaggi fraudolenti, indegni di quel simbolo e di quel nome (quelli stessi personaggi che si era incensato pubblicamente, fino a pochi anni prima).

Ma la barca non ha retto a lungo la tempesta. Nei cuori di molti militanti storici dei partiti comunisti, non solo la socialdemocrazia, ma persino la Croce sarebbe tornata a prendere il sopravvento. E in mancanza di quella seria riflessione sulle vicende storiche e sui paradigmi di liberazione, ci si è trincerati nella difesa delle istituzioni nate con l’avvento storico della borghesia.

Istituzioni che ormai quasi più nessuno riconosceva come il nemico da abbattere o da superare. Una volta mascherate da costituzionalismo all’italiana, sotto lo slogan del “Noi non siamo stalinisti, perché siamo sempre stati per l’alternativa democratica” (cioè per quella linea fatta introdurre proprio da Stalin nei parti comunisti occidentali, dopo la Seconda guerra mondiale).

Nel frattempo la critica e la contestazione allo statalismo di sinistra avevano iniziato una nuova fase già con gli anni ’60 e ’70. Di pari passo con un relativo riflusso dell’anarchismo ideologico, anch’esso bisognoso di una riflessione critica sui suoi presupposti, dopo l’esperienza della rivoluzione e della Guerra civile spagnola. Ma in mancanza di una seria riflessione sul tema della soggettività anche il post-strutturalismo – per quanto prezioso nei sui apporti alla liberazione dal “discorso del potere” e dalle istituzioni disciplinari – avrebbe ben presto ceduto il passo alle folgorazioni sulla via di Damasco. Che hanno portato ad esempio i suoi adepti delle attuali generazioni, ad abbracciare Comunione e Liberazione in alcuni casi già a 20-30 anni.

Gli spazi sociali invece sono stati forse una delle esperienze più positive di questa parabola, pur con tutte le loro contraddizioni e i paradossi.

Nati con l’idea di ricreare un tessuto sociale frantumato intorno a delle idee socio-politiche, nell’intento di superare i modelli della società patriarcale e capitalista ne hanno proposti di nuovi. Cercando altri modi di prendere decisioni comunemente.

I movimenti di ribellione al sistema capitalista sono stati mosaici di molteplici identità. E nel loro piccolo i centri sociali hanno espresso questa diversità.

Il centro sociale è antifascista per definizione. E a volte si trova nello stesso spazio gente con posizioni diverse che condivide gli stessi disagi nel quotidiano, vivendo gli stessi quartieri. Perciò gli spazi sociali hanno puntano a sviluppare forme di resistenza collettiva come le ciclofficine popolari, i gruppi d’acquisto solidali, gli orti urbani, le palestre. Con l’intento di stabilire rapporti diretti tra produttore e consumatore, fino all’autoproduzione. Usando nuovi mezzi di trasporto, mettendo in moto meccanismi di scambio e riuso, condividendo le proprie competenze.

Purtroppo però molte persone si sono chiuse dentro queste quattro mura, e hanno preteso di farne un mondo perfetto, tagliando fuori il resto della comunità.

Il momento assembleare ha sempre più perso la centralità e la circolarità che aveva inizialmente. Proprio in virtù delle carenze su un piano della ricerca soggettiva, individuale e sociale, da parte dei riferimenti usciti dal post-strutturalismo, e andati per la maggiore in questi ultimi decenni.

Difficile capire quando si può scendere a patti, a volte è impossibile, o quando le idee sono troppo diverse.

E la diversità, che da un lato è stata sempre una ricchezza, ha portato anche a rotture e a gruppi sempre più ristretti di persone che, oltre a isolarsi, hanno facilitato involontariamente le infiltrazioni di polizia e DIGOS. Generando a loro volta diffidenza verso le nuove persone che si avvicinavano agli spazi sociali.

Hanno contribuito a questi fenomeni anche le politiche di “assegnazione”. Grazie alle quali i centri sociali, a discapito della loro libertà, sono diventati di fatto proprietà di chi li gestisce e si sono assoggettati sempre più all’istituzione. Sempre in mancanza di strategie sociopolitiche (ma anche di riferimenti culturali), che riuscissero a offrire un’autentica prospettiva di liberazione dallo Stato. Il quale ha potuto pretendere un affitto, esigendo il rispetto di alcune regole. Ed essere sicuro che tutto quello che avveniva all’interno di essi, vi rimanesse confinato e non si manifestasse all’esterno.

Di conseguenza, si sono riprodotte dinamiche di potere e sopraffazione, che ogni persona si porta dietro dall’ambiente in cui è nato e cresciuto. Ed essendo i centri sociali composti da piccoli gruppi di persone che condividono anche momenti di vita, è stato spesso difficile tenere separati i rapporti personali da quelli socio-politici (ammesso che ciò sia possibile).

Inoltre, molte persone si sono allontanate sempre più dal mondo reale. E quando hanno tentato di tornarci, si sono sentite additate come “drogati” o “fattoni comunisti”.

Il concetto di “legalità” ha attecchito su quello di “legittimità”, e la gente si è allontanata dalla gestione della comunità. Considerandola come un affare di chi governa, e definendosi sempre di più “apolitica”.

Da questa tendenza hanno tratto guadagno anche gruppi neo-fascisti, che negli ultimi anni hanno ricominciato a sfilare pubblicamente in piazza. Esibendo croci celtiche e svastiche, finché qualcuno di loro, più bravo oratore e più ambiguo, è arrivato al governo.

Ora i centri sociali stanno tentando di tornare nelle strade e nelle piazze a parlare con la gente, e ricreare quella collettività che era il loro originale intento.

Chi non si è assuefatto al volere dell’istituzione però, nel tentativo di uscirne fuori, si trova davanti all’insormontabile difficoltà di affrontare il mondo esterno.

Alcune correnti minoritarie di queste esperienze infatti, avevano già iniziato a presagire fin dalla loro origine, la crisi di alternative basate da un lato sulla difesa di paradigmi obsoleti come materialismo, scientismo e determinismo. Dall’altro su un nichilismo o un anti-umanesimo filosofico altrettanto sterili sul lungo periodo. E facilmente cooptabili da quei sistemi di potere che pretendevano di osteggiare.

Sono fioriti così negli ultimi decenni, movimenti ecologisti e nonviolenti, lotte comunitarie e territoriali, marce per il clima ed il disarmo, manifestazioni e coordinamenti antirazzisti, collettivi e movimenti artistici di strada. Parallelamente a nuovi contributi al pensiero, tanto ignorati quanto fondamentali per i possibili percorsi futuri dell’umanità.

Si sono riscoperti e riletti criticamente autori come Jung, Feuerbach, Husserl. E indagato nuovi campi di ricerca posti ad esempio dalle neuroscienze e dalla fisica quantistica.

Ma la strada verso questo nuovo umanesimo, ed ancor più verso questo nuovo umanesimo anarchico, sarebbe stata lunga, difficile e controversa. Portandosi dietro il fardello degli irrisolti e le contraddizioni del passato, si sarebbe scontrata da un lato con la dura repressione e screditamento da parte del potere. Dall’altro con la prevedibile ostilità e diffidenza dei settori dell’antagonismo più legati ai valori ed alle formule tradizionali.

Preso fra due fuochi e in mezzo a questo pantano, gli aneliti e le spinte rivoluzionarie si sarebbero purtroppo presto arenati. In mancanza anche di un’adeguata risposta da parte delle forze e dei movimenti di ispirazione anarchica e libertaria. Rimasti tendenzialmente arroccati in questi anni, salvo alcune significative eccezioni, su paradigmi tradizionali. O al massimo su quelli usciti come dominanti dalle elaborazioni fatte fra anni ’60, ’70 e ’80.

Di tutto questo ne vediamo purtroppo oggi in Italia la più fulgida conseguenza, nell’affermarsi di fenomeni populisti e legalitari come il Movimento 5 Stelle. I quali hanno riportato pienamente la questione “umanistica” su un piano della strenua difesa delle istituzioni democratiche e repubblicane. Con gravissime conseguenze in termini di crisi migratoria e di repressione degli spazi sociali. Ma anche di aumento di diseguaglianze, controllo sociale, limitazione degli spazi sindacali, rafforzamento dell’economia imprenditoriale e abiura de facto della lotta anticapitalista.

Dunque se qualcuno nel 1915 profetizzava per il futuro prossimo della propria epoca un chiaro ed inequivocabile Socialismo o barbarie, non si sarebbe forse avventati oggi se si azzardasse un altrettanto premonitore Umanesimo (anarchico) o fine della Storia.

Oggi che ogni altra alternativa al capitalismo in tutte le sue forme sembra ampiamente fallita. E i suoi mentori hanno scatenato una resa dei conti finale con la Storia stessa; contro ogni tentativo rivoluzionario.

Quella Storia con cui i tutori dell’ordine vigente sanno di avere delle fratture e degli irrisolti ormai insanabili. E che stanno cercando di portare verso un nuovo Medioevo sociale, culturale, psicologico.

Oggi più che mai, abbiamo bisogno di una nuova e diversa soggettività possibile. Una soggettività che partendo dalla dimensione percettiva, di valore alla sfera emotiva e irrazionale, coniugandola con quella del pensiero.

E a partire da questo, sia in grado di rompere con gli immaginari e i linguaggi codificati. Sperimentando da un lato nuovi percorsi creativi di emancipazione oltre le “Colonne d’Ercole” del modo istituito. Dall’altro, elaborando costantemente delle forme organizzative e delle strategie socio-politiche, che non siano modelli assoluti o “definitivi” di quel percorso di liberazione. Bensì delle strutture in divenire, capaci di evolversi e ricrearsi continuamente.

Per incidere sulla realtà presente, declinandola verso i nuovi immaginari che quell’istinto alla creatività produce.

Abbiamo bisogno di ricercare un umanesimo non antropocentrico, come vitalismo alternativo – e antagonista – sia a quello religioso che a quello nichilista.

Questo umanesimo, ovviamente, non potrebbe che essere anarchico.

 

Questo mese di maggio 2019 “CUSA – umanesimoAnarchico” festeggia il suo 10° anniversario.

10 anni di lotte pacifiste, ecologiste, antirazziste, nonviolente, libertarie.

Vogliamo continuare a lungo questo percorso assieme.

Seguiteci su cusa.noblogs.org

Scriveteci a umanesimoanarchico@inventati.org

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23 MARZO: CONTRO LE GRANDI OPERE DEI FARAONI DEL CAPITALISMO Rilanciamo le lotte comunitarie per la difesa dell’ambiente e del territorio

Il Governo del Cambiamento è il governo della resa dei conti con le lotte territoriali contro le grandi opere, che in questi anni hanno espresso le mobilitazioni più interessanti, in Italia e non solo.

Niente di più intollerabile per i crociati della legalità giallo-verde, di comunità che si organizzano senza bisogno dello Stato, dimostrando la possibilità di orizzonti radicalmente diversi da quelli attuali.

La politica de “La pacchia è strafinita”, varata da un Ministro dell’Interno che quasi tutta l’opinione pubblica riconosce come un Premier de facto, è un durissimo attacco alle forme di lotta che escono dagli schemi istituiti.

E’ la resa dei conti delle classi dominanti contro chi lotta per il superamento dei modelli economici basati sul profitto, e sulla crescita economica all’infinito.

Dopo i migranti e la libertà di circolazione delle persone (spacciata per “lotta all’immigrazione clandestina e ai trafficanti di esseri umani”), gli spazi sociali “dove si nascondono i criminali” e le lotte “che intralciano il regolare operato del governo”, un’altra pericolosa eresia deve essere messa all’indice, in nome del Contratto Lega-Cinque Stelle: le mobilitazioni territoriali che rivendicano l’autonomia dalle loro decisioni dal governo, centrale o locale.

E’ questo l’horror vacui che tiene stretti in un viscido abbraccio Salvini e Di Maio. In disaccordo a volte sulle forme, ma in totale sintonia nella sostanza del rilancio delle aziende e del mercato, con la repressione degli spazi di dissenso che escano dalle logiche imprenditoriali e governative.

Così, persino nella retorica antisistema di un Di Battista, la questione della lotta contro la TAV in Val Susa non riguarda più la critica a un modello tecnologico di sviluppo basato sullo sfruttamento delle risorse e del lavoro della gran parte della popolazione mondiale. Ma riguarda “l’analisi costi-benefici di un’alta velocità che potrebbe invece essere utile ad altri collegamenti e ad altri territori”.

Uno specchietto per le allodole quello del tira e molla sulla Torino-Lione, che sta infatti oscurando la ripresa di tutti gli altri progetti a forte rischio di impatto ambientale come il TAV terzo Valico, la TAP in Puglia, il MUOS in Sicilia ed il corridoio Roma-Latina.

 

Proprio nel momento in cui la catastrofe ecologica bussa sempre di più alle porte, dobbiamo sviluppare pratiche comunitarie che permettano di sperimentare otre le condizioni, le tecnologie e saperi imposti dal potere.

E offrire strumenti per una presa di coscienza più ampia a fenomeni di resistenza globale come lo sciopero dei giovani per il clima dello scorso 15 marzo.

 

 

CUSA

 

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APPELLO: LA POLVERIERA È SOTTO SGOMBERO! DIFENDIAMO LE AUTOGESTIONI!

 

APPELLO: la Polveriera è sotto sgombero! DIFENDIAMO LE AUTOGESTIONI!

Venerdì scorso il CDA dell’Azienda Regionale per il Diritto allo Studio ha approvato – senza alcun preavviso e con il solo voto contrario delle rappresentanze studentesche – lo sgombero degli spazi comuni della Polveriera come condizione per l’avvio dei lavori di riqualificazione di sant’Apollonia.
Anni fa (diversa era la giunta regionale, uguale il partito) questo
progetto di riqualificazione fu presentato con la promessa di restituire un luogo semi-abbandonato e fatiscente agli studenti e abitanti del centro storico. Un progetto che oggi prevede uno stanziamento di 2.3 milioni di euro, ma che nel frattempo è cambiato: invece che agli studenti, gli spazi recuperati serviranno per ospitare uffici di fondazioni ed enti regionali. Così come il giardino del chiostro interno è stato chiuso per essere cornice e sfondo esclusivo degli eventi organizzati nell’auditorium che la regione affitta, anche gli spazi del loggiato – sin dagli anni ’70 percorsi dagli studenti e dalle studentesse che frequentano la mensa universitaria – dovranno essere chiusi.

La Polveriera è nata nel 2014, durante le proteste messe in atto dai collettivi universitari contro le sempre maggiori limitazioni di orario delle università e delle aule studio e contro l’aziendalizzazione disumanizzante dei corsi di studio, organizzando assemblee e occupazioni nelle facoltà. In questo contesto, alcuni collettivi iniziarono ad auto-organizzarsi per
riappropriarsi di ciò che era loro diritto, occupando le stanze del
primo piano, inutilizzate da decenni, e imponendo così alle istituzioni di prendere atto di ciò che ignoravano di proposito: gli studenti hanno dei diritti e delle esigenze e non sono più disposti a credere a vaghe promesse di un futuro felice.

Per questo la Polveriera nasce come “Spazio Comune”: avevamo bisogno di un luogo aperto a tutti dove fermarci e riflettere, dove incontrarci e condividere, per auto-formarci, organizzarci e lottare contro una società attenta solo al profitto. In questi anni la Polveriera è stato un luogo di aggregazione e condivisione di saperi e un laboratorio di pratiche antifasciste, antisessiste e antirazziste. Ha ospitato e organizzato centinaia di iniziative gratuite: corsi, laboratori, presentazioni, proiezioni, spettacoli, concerti e assemblee, ennesima dimostrazione che l’ostacolo a un impegno concreto verso le persone non è la mancanza di soldi bensì la mancanza di volontà.

La Polveriera è ancora qua, dopo quasi cinque anni di occupazione, nel cuore di un centro storico piagato dalla speculazione economica sia privata che pubblica, a dimostrare che oggi più che mai sono necessari spazi liberati e liberi; che l’auto-organizzazione – ovvero la partecipazione diretta alle decisioni che riguardano la vita di ciascuno – è l’unica pratica legittima che non smetteremo di portare avanti, qui e ovunque.

Contro ogni delega, contro ogni autorità o decisione imposta dall’alto, la Polveriera resta aperta, le attività proseguono, l’assemblea di autogestione continua a riunirsi ogni lunedì dalle 19 alle 22,30.

Insieme a tutti coloro i quali hanno intrapreso con noi questo cammino, lo hanno attraversato, sospinto, sostenuto, accompagnato finora e da qui in avanti.

Insieme a tutte le realtà che ci hanno sostenuto e che sosteniamo condividendone pratiche e valori.

In difesa della Polveriera, in difesa di ogni di autogestione

 

Per aderire scrivici a lapolveriera.spaziocomune [at] inventati.org

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